– DI EMANUELE TANZILLI

emanuele.tanzilli@liberopensiero.eu

Settembre è l’antonomasia dei buoni propositi, del torpore che si scuote, degli autunni caldi e delle attività da riprendere. Viaggia con passo elegante, sfocato nella bruma umida della canicola morente, col capo verso l’alto in attesa di un annuvolamento, la schiena dritta e le mani giunte sulle vertebre, in quell’atteggiamento pacato di chi si prepara al peggio mentre si gode il meglio. Dimentico di tutto ciò che è appena accaduto.

Noi no.

Com’è logico che sia, i problemi si possono accantonare per un po’ di tempo, ma prima o poi vanno affrontati. I problemi dell’Italia, anzi degli italiani, sono ancora lì tutti ben visibili, come un’enorme sagoma di ombre cinesi stagliata sul’uniformità del muro a fare a fette la luce. Gli spunti di riflessione, anche durante i mesi estivi, non sono mancati, ma è giusto sintetizzare al fine di dare una visione coerente dello scenario che ci apprestiamo a vivere. Se si parla molto meno di spread rispetto a un anno fa, non è perché le Borse abbiano improvvisamente deciso che la situazione dell’Italia sia florida: semplicemente, la massiccia iniezione di liquidità della BCE ha provveduto a “sedare” le epilessie dei mercati; ma si tratta di un placebo i cui effetti non potranno durare in eterno, come già dimostrano gli Stati Uniti, dove il terrore di un’operazione di “tapering” da parte della Federal Reserve (progressiva riduzione delle dosi di liquidità) sta agitando l’ambiente. In tale contesto, la spesa in interessi passivi che il DEF prevede per il 2013 va ben oltre gli 80 miliardi e arriva a sfondare quota 90 miliardi per il 2014. Un macigno colossale, un fardello in grado di spezzare anche il legno dei sacrifici più robusti. Il nostro debito pubblico è fuori controllo, mentre l’economia cincischia e ristagna in acque putrescenti, l’aggancio al traino della ripresa sembra farsi un’utopica chimera e per tutta risposta, il dibattito politico imperversa sulle sorti giudiziarie di Silvio Berlusconi. Un effetto collaterale (o unilaterale) delle larghe intese, del vittimismo piagnucolante di italica matrice, del sensazionalismo da rotocalco rosa che ha sempre fatto presa sul popolone e sul popolino, assuefatto come non mai a vedere ogni giorno il dito (lasciamo alla vostra immaginazione indovinare quale) e a dimenticarsi della luna sullo sfondo.

Ci sono le emergenze, beninteso. Vanno affrontate e, se possibile, superate. Il Governo Letta, dopo aver esordito sotto l’egida del temporeggiamento, sta addivenendo a soluzioni che paiono più che altro scialbi compromessi immolati sull’altare della tenuta istituzionale. Di fronte a un PDL che minaccia la crisi ogni mezz’ora, più o meno come un bambino capriccioso che non riceve il giocattolo desiderato, ecco allora svanire l’IMU, e giù canti di vittoria e bandierine sugli avamposti; peccato che nel frattempo la nuova tassa sui rifiuti, la TARES, potrà arrivare a costare fino a 1300 euro in più per un capannone aziendale, e che nell’anno venturo già ci attende la Service Tax, che promette di accorpare tutte le imposte per i servizi pubblici in un’unica, sfavillante e simpaticissima tassa che con quel nome un po’ british non può destare antipatie. Per tacere poi della Legge Severino, votata in modo plebiscitario soltanto pochi mesi fa e adesso rinnegata da una parte di quegli stessi artefici in nome di un garantismo che sinceramente, dopo il terzo grado di giudizio, mi limiterei a definire in nessun altro modo che paraculismo.

Qualsiasi cosa pur di salvare Berlusconi, questo è il succo. Le hanno ipotizzate tutte: dalla grazia alla commutazione della pena, dal voto in Giunta per le Autorizzazioni a Procedere alla Corte Europea, dall’incostituzionalità ad un rinvio per approfondimento. Riuscirà il prode cavaliere ad evitare la decadenza e a sopravvivere politicamente ancora abbastanza per finire di affossare il Paese? Lo scopriremo nelle prossime puntate. Intanto, manco a dirlo, fra i banchi del PDL sono già pronti a far saltare tutto, a sfiduciare Letta, ad abbandonare la nave. Come se l’Italia fosse un problema del PD. Un Partito Democratico che, purtroppo, appare come non mai un coacervo gordiano privo di identità, un ginepraio selvatico privo di personalità politica in attesa di finire sotto il controllo di Renzi e completare la sua deriva centrista. Ma attenzione alle mai sopite anime dalemiane, pronte a dar battaglia con Cuperlo per salvare almeno le apparenze. La sostanza, invece, è che con le 101 coltellate inferte a Bersani si è consumata mortalmente e definitivamente la favola di un grande partito di centrosinistra: tutto è pronto per una riedizione in grande stile della DC, con buona pace dei sogni, delle storie e dei progetti dell’unica persona in grado di conferire dignità ad un partito storpiato e reso amorfo da troppe mutazioni (gen)etiche.

Intanto il potere d’acquisto delle famiglie cala sempre di più, la benzina sfonda il tetto dei 2 euro al litro per via della crisi siriana, i fallimenti societari si susseguono e chissà che anche l’IVA non subisca un bel ritocco al rialzo. Ma in Italia tutto questo non esiste, è già troppo difficile discutere di una legge elettorale che garantisca un minimo di stabilità e governabilità (nell’unico modo veramente sensato: con un doppio turno) e ci si scandalizza a chiedere diritti per i gay o per lo ius soli, manco fossero nuove tasse da pagare. Mentre il peso in termini economici della corruzione e dell’evasione fiscale si aggira intorno ai 90 miliardi di euro all’anno. Guardacaso, esattamente la cifra che paghiamo per gli interessi passivi. Signore e signori, bentornati al Belpaese.

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