– DI LUCIA CIRUZZI
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Quanti di noi ricordano quelle corse tra gli scaffali dei supermercati, seduti nei carrelli della spesa con alla guida nonni o genitori alla spasmodica ricerca della verdura più fresca, del pomodoro più maturo o dell’olio extravergine di produzione locale? Ricordi d’infanzia sereni e spensierati.
Ma è ancora così spensierata l’esperienza quotidiana del fare la spesa?
Probabilmente proprio no… consumatori angosciati scansano tra gli scaffali quei prodotti più probabilmente contaminati, studiano con impegno accademico le etichette delle passate di pomodoro alla scoperta della verità sulla provenienza delle stesse, consapevoli di poter essere ingannati. Ma cosa si cela dietro quest’angoscia? La presa di coscienza, seppur tarda, che siamo in pericolo: gli alimenti prodotti nel cosiddetto “triangolo della morte” (zona tra Caserta e Napoli) sono il frutto di coltivazioni avvenute su terreni sotto i quali si nascondono rifiuti tossici così selvaggiamente smaltiti, o semplicemente su terreni adiacenti a discariche abusive, che emanano fumi tossici. Questi prodotti vengono distribuiti non solo a livello locale, ma venduti sotto costo a grandi cooperative e multinazionali europee, che li smerciano quindi ben oltre i confini campani. È così che operano le ecomafie: gestiscono lo smaltimento dei rifiuti speciali, che divengono in parte combustibile per i roghi selvaggi e in parte sono dati a coltivatori obbligati a sotterrarli nei propri campi. Il risultato? L’aumento nella “terra dei fuochi” di casi di tumori, pari in queste zone a tre volte più che nel resto d’Italia. E dopo anni di denunce pare forse che qualcosa si stia muovendo: spopolano le foto dei vip sul web con stretti tra le mani cartelli che recitano: “Carinaro non deve morire”, “San Cipriano d’Aversa non deve morire”, “Tufino non deve morire” e così via. Ciò è servito a dare maggiore risonanza al problema, a porlo sotto l’attenzione di milioni di followers sui social network. I cittadini, dal canto loro, si affidano ad una lotta più pratica: si organizzano cortei e manifestazioni a livello regionale, le cosiddette “Marce per la vita”. Coloro che mancano all’appello sono proprio le istituzioni, le uniche che hanno il potere di cambiare qualcosa e che prima fanno finta di non vedere ciò che ormai è sotto gli occhi di tutto il Paese, e in seguito si presentano infinitamente angosciate per la terribile situazione, ma impossibilitate dalla mancanza di fondi sufficienti ad effettuare le dovute e necessarie bonifiche dei territori. Il Presidente della Regione Campania, Caldoro, afferma che i tempi di bonifica completa del territorio sono di circa 80 anni. Questa tempistica così lunga sembra quasi spingere a trascurare un problema di lontana soluzione, ma proprio per questo assolutamente immediata. Posticipare, infatti, un intervento non farebbe altro che aggravare la situazione del territorio, rimandando ad altri il problema e dimenticando l’idea di tutelare oggi i cittadini di domani.