– DI EMANUELE TANZILLI
emanuele.tanzilli@liberopensiero.eu

Qualche giorno fa ero in giro per sbrigare una delle tante cose inutili che faccio di solito, e lo sguardo mi si è rivolto spontaneamente al cielo. Era un cielo di antracite finissima, triste e severo dietro occhi acquosi e mani nascoste da un cappotto logoro di qualche misura troppo grande. Era un cielo proteso sul battistrada del tramonto ormai incipiente, vasto, disomogeneo e sporco come se una stella ubriaca ci avesse vomitato sopra. Sembrava un elemento scenico fuoriuscito da un quadro di Dalì, non so se avete presente l’impressione che si prova nel vedere un qualcosa di assolutamente naturale e che tuttavia siete sicuri non dovrebbe trovarsi lì in quel momento.

E in quel momento ho pensato, anzi ho avuto la certezza di stare assistendo in diretta alla fine dell’universo. Il titolo del mio brainch è volutamente ricercato, “Il crepuscolo degli dèi” è un’opera di Richard Wagner che narra, in buona sostanza, la leggenda del Ragnarok, ovvero l’apocalisse nella mitologia norrena in cui, per farla breve, tutti gli dèi combattono fra di loro ammazzandosi a vicenda e distruggendo il mondo tra fuoco e fiamme, mentre la vecchierella del piano di sotto bussa alla porta per dirgli di smetterla di fare casino. Ma il Ragnarok contiene anche un messaggio di speranza: dalle macerie della distruzione sorge infatti una nuova luce alle radici dell’albero della vita, Yggdrasil. Io invece, quel pomeriggio, di speranza non ne ho visto traccia.

Tralasciando le farneticazioni apocalittiche dei più esagitati catastrofisti, ma, se permettete, anche la pigrizia travestita da perbenismo degli “ottimisti del settimo giorno”, bisogna affrontare la questione in modo equilibrato, ma deciso. Avete mai sentito parlare di earth overshoot day? Si tratta del giorno in cui, nell’arco dell’anno, l’umanità raggiunge il limite massimo di risorse utilizzabili e comincia a vivere a sbafo sulle spalle del pianeta. Ed è un appuntamento che cade via via più presto: l’anno scorso è stato il 23 agosto, quest’anno il 20 agosto. Detto in soldoni, adesso in un anno consumiamo le risorse di un pianeta e mezzo. Ma la Terra è sempre la stessa, e allora che si fa? Di certo non è facendo finta di nulla che la situazione potrà migliorare. Tutti gli studi più recenti sono unanimi nel ritenere che da qui a cento anni la temperatura media del pianeta aumenterà di un valore compreso tra 1 e 2 gradi centigradi. Un’ottima notizia per chi ama il caldo, direte, e su questo non ci piove (sic!). Ma a prescindere dal fatto che a me il caldo non piace, anzi lo detesto, stiamo parlando di una variazione che porterà le conseguenze già note in termini di innalzamento dei mari, desertificazione delle aree coltivabili, e squilibri nell’ecosistema con specie animali destinate ad estinguersi ed altre condannate a spostarsi in nuovi ambienti per sopravvivere.

Non è la sferzata di allegria ideale per cominciare la domenica, me ne rendo conto. Non ne faccio una questione escatologica, non ancora perlomeno. Non voglio soffermarmi sulle multinazionali del petrolio e sulle resistenze alla conversione di questa economia “carbonomane” in una più sostenibile – è domenica anche per me – quanto piuttosto osservare l’inedia della popolazione nei confronti del problema. Stiamo andando incontro ad un dramma ambientale (magari con annessa estinzione di massa) e continuiamo a scannarci in fila agli iperstore quando esce il nuovo iPhone. Se pensate che sia troppo facile prendersela con chi vuole legittimamente sprecare i suoi soldi, potete anche chiudere la pagina e tornare su facebook. La mia è una battaglia di cultura: quella che ci spinge a prendere l’auto pure per andare al bagno, a buttare tutto quanto nella stessa busta perché riciclare è faticoso, a lasciare una scia di luci accese quando camminiamo per casa o ad accenderci le sigarette con il lanciafiamme. Oggi siamo noi quei dèi, incoscienti ed arroganti, sull’orlo del crepuscolo. Guardate le immagini della Terra dei Fuochi violentata dalla camorra. Guardate l’Ilva e gli altri grandi complessi industriali di notte, protendersi verso il cielo tra spirali di sangue come anime urlanti dell’oltretomba. Vi sfido a non lasciarvi avvinghiare da un artiglio di brividi lungo la schiena.

Forse è già troppo tardi, ma uno sforzo va compiuto lo stesso; se non per noi, almeno per le generazioni che erediteranno il disastro dalle nostre mani. Educare e istruire non basta più: occorre dare l’esempio. Quindi forza, oggi lasciatela in garage quella macchina, fuori è una bella giornata e si sta una meraviglia. Uscite a fare una passeggiata. Vedrete che c’è ancora tempo prima del tramonto.

Buona domenica a tutti.