– DI EMANUELE TANZILLI
e.tanzilli@liberopensiero.eu

Brainch
Autrice: Laura Arena

Le mie riflessioni di questa settimana sono sofferte. Fuori sboccia l’autunno (che per me è l’equivalente della primavera: un risveglio dal letargo estivo) e i raggi di luce sono un campo di spighe di grano dorato sui contorni frastagliati della città. Pensieri e parole, come suggerirebbe il compianto Battisti, da fissare su un foglio di carta elettronico con lettere di plastica in formato qwerty. Non sono un nostalgico, scrivo tranquillamente usando penne o matite, ma trovo che il pc sia uno strumento di gran lunga più comodo, più ordinato.

Tutti noi abbiamo avuto il palmo della mano inguacchiato d’inchiostro blu dopo un tema d’italiano o una sessione feroce di equazioni di secondo grado, no? Nel mio caso vale di più il primo esempio perché la matematica non è proprio arte mia. Sono ricordi lontani, di quella malinconia color grigio cenere di sigaretta, color pomeriggio di novembre quando piove. Oggi invece abbiamo i tablet, gli smartphone, i social network, la scrittura 2.0. Insomma tutta una serie di nuove tecnologie che amplificano le nostre possibilità: un articolo si arricchisce d’immagini, di suoni, di video. Diventa un’esperienza multisensoriale. Non c’è più spazio per le stilografiche e le pergamene, ed è giusto così. Ora la questione che mi (e vi) pongo è: fino a che punto quest’abbondanza di mezzi è da ritenersi un bene? E mi rivolgo agli scrittori perché mi pregio di farne parte, ma la domanda è estendibile a qualsiasi altra categoria di comunicatori.

La faccio semplice: la verità è che adesso, con un pc e una connessione ad internet, chiunque può improvvisarsi scrittore. Avete presente quei ragazzini che girano con le Reflex al collo per mettere centinaia di foto su Instagram come novelli Cartier-Bresson? Ecco, la stessa cosa vale nel campo della scrittura. In caso non si fosse ancora capito, la mia è una sottile e velata polemica. Del resto, non c’è niente di meglio di una bella polemica per concludere la settimana e iniziarne una nuova con lo spirito giusto.

Sono stufo dei grafomani da strapazzo che indossano le vesti del sommo poeta o del gran letterato, parlando per frasi fatte e citazioni (di cui non indicano neppure la fonte, come fosse tutta farina del loro sacco); sono irritato dai blogger che twittano 24 ore al giorno, pure dalla tazza del water, ergendosi a opinion leader per il semplice fatto di possedere un’opinione. La qual cosa, per carità, è senz’altro un fatto raro e positivo visti i tempi che corrono, ma non per questo sufficiente.

Non è così che io intendo la scrittura. Non voglio prevaricare il diritto di ognuno ad esprimersi liberamente, mai lo farei in tutta la vita, del resto collaboro con una testata il cui nome è abbastanza esplicito al riguardo. Però una cosa è saper scrivere, altra è saper comunicare. Non basta un semplice racconto dei fatti così come avvengono, un compitino striminzito, una cronaca sterile e asettica; né vomitare ogni sorta di umori, congetture e bizzarrie sulla platea dei lettori senza preoccuparsi di riflettere e selezionare. Ciò che immagino io è una pulsione, un fuoco sacro, un bisogno pressante. Lo scrittore “perfetto”, come suggerisco – ironicamente – nel titolo, è in grado di trattare qualsiasi argomento con identica perizia; sa adattarsi ai contesti e alle circostanze mutando lo stile, riconoscendo i propri limiti e imparando a misurarsi con essi; soprattutto, sa immedesimarsi, coinvolgersi fisicamente ed emotivamente, sa mettere se stesso in gioco in ogni testo o articolo come se da questo dipendesse la propria vita. È una scrittura rossa quella che immagino, e non per motivi politici come potreste facilmente malignare, ma perché intinta nel sangue di chi scrive, forgiata attraverso l’animo, plasmata tra sofferenze e soddisfazioni.

So bene che è difficile, che i problemi veri sono altri, che si è fatta una certa ora e il richiamo della tavola si leva alto attraverso le stanze e le finestre, ma dovevo dirlo. In redazione ho la fortuna di confrontarmi quotidianamente con ragazzi in gamba e motivati (pronti ad assecondare le mie fissazioni), e la prima cosa che ho cercato di insegnare ad ognuno di loro è che il talento non basta, se non è canalizzato attraverso una rigida disciplina ed una pratica costante. Così come, a parti inverse, non basta mettersi a scarabocchiare se manca l’ispirazione.

Credo di avervi trattenuti abbastanza: siete liberi di andare. Vi ricordo che è possibile inviarmi critiche, commenti e suggerimenti all’indirizzo e.tanzilli@liberopensiero.eu. Sarò lieto di farne tesoro e discuterne negli appuntamenti successivi.

Buona domenica a tutti. Io resto un altro po’ a scrivere.