– DI LUISA DE MARTINO
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Irene, cresciuta tra le Vele di Scampia, già baby mamma a 14 anni, a 16 anni abortisce nel bagno di casa, ma sbaglia dosi di misoprostolo, e finisce in un ospedale di Napoli tra la vita e la morte. “Sono troppo povera per avere un altro figlio” confessa ai medici.

Alem, 17 anni, nata in Italia da genitori egiziani, brava e brillante a scuola, ricoverata in coma a Verona per un aborto provocato con un uncino. “Non volevo che i miei genitori si accorgessero che ero incinta – ha raccontato – e in ospedale non mi hanno voluto perché ero minorenne…”.

Ma non siamo negli anni ’50, bensì nel 2013. Cartelli con scritto: “Qui non si effettuano più Ivg”. Ossia interruzioni volontarie di gravidanza. Aborti. Porte sbarrate, per tante donne di tutte le età che hanno ugualmente bisogno d’aiuto. “Tutti i medici sono obiettori di coscienza, vada altrove”. Altrove è l’Italia che torna alla clandestinità: da Nord a Sud in intere regioni l’aborto legale è stato cancellato, oltre l’80% dei ginecologi, e oltre il 50% di anestesisti e infermieri non applica più la legge 194. Accade a Roma, a Napoli, a Bari, a Milano, a Palermo. Le donne respinte dalle istituzioni tornano al silenzio e al segreto, come quarant’anni fa.

È di pochi giorni fa l’arresto a Roma di una coppia che ha quasi ridotto in fin di vita una diciassettenne per un aborto clandestino, pratica a cui ricorrono di sovente donne immigrate e prostitute che devono fare i conti con una gravidanza indesiderata.
Il costo? 50 miseri euro per abortire tranquillamente evitando gli ospedali e le cliniche.
A cosa sono servite le lotte per contrastare gli aborti clandestini? Il patimento di quante dovevano affrontare quella strada. Inchiodate all’illegalità, chiuse nel proprio tormento, il più delle volte subivano l’asportazione dell’utero o andavano incontro alla morte in conseguenza all’intervento.

Per contrastare questa pericolosissima pratica, nel 1978, venne approvata la legge 194 e furono finalmente aperti i consultori, presso i quali ci si poteva rivolgere e ricevere le informazioni sulle pratiche anticoncezionali corrette, con lo scopo di far diminuire gli aborti e quelle inutili morti.
Oggi, invece, assistiamo alla chiusura dei consultori e si calcola che almeno il 90% dei medici ginecologi adottano la strategia dell’obiezione di coscienza, subdole manovre che stanno lentamente seppellendo la legge. Il professionista che non aderisce a tale “percentuale” non solo non fa carriera nell’ambito ospedaliero, ma difficilmente riesce ad avere vita facile nel suo ambiente lavorativo. Ed ecco che rifiorisce la clandestinità.