– DI LUCA MULLANU
luca.mullanu@liberopensiero.eu

Electrolux è il colosso svedese che opera nella fornitura di soluzioni per lavanderia professionale, con sede a Stoccolma e con 4 aziende in Italia. I proprietari hanno presentato un piano per salvare dalla crisi le imprese italiane del marchio a rischio chiusura. Le condizioni sono dure, si parla di un taglio netto al salario, da 1400 euro al mese a circa 700 – 800. Una cifra irrisoria, da cassa integrazione.

È stato chiamato “Piano Polonia” quello che a tutti è sembrato un ricatto bello e buono. Infatti, la minaccia è che il fallimento delle trattative comporterebbe la delocalizzazione delle fabbriche nell’est europeo e causerebbe la perdita dei posti di lavoro e l’aggravarsi della crisi economica nel Paese.

Ma c’è chi dichiara ragionevole la proposta di Electrolux: il tweet di Davide Serra (renziano di ferro del Pd) è rimbalzato su tutti i social network definendo la scelta “razionale” perché il “costo del lavoro per azienda e triplo dopo oneri sociali. Per salvare lavoro deve abbassare 40% stipendi”.
Serra è il maggior finanziatore delle primarie di Matteo Renzi, dopo essere diventato suo consigliere personale ha prodotto anche proposte sul tema del lavoro. Proprio lui ha più volte ribadito come la strategia di drastica riduzione del costo del lavoro sia l’unica possibile affinché le aziende ritrovino competitività.

Sulla questione è intervenuto anche Landini della Fiom durante il congresso di Sel: “Lunedì avremo una trattativa con Electrolux. Lo so già che ci verrà raccontato che vogliono chiudere qualche stabilimento ma che per evitare altre chiusure bisogna ridurre il salario e aumentare l’orario di lavoro, altrimenti si va a discutere da un’altra parte. So già che si aprirà un dibattito: si dirà che pur di lavorare uno dovrà accettare una condizione diversa. Ma l’obiettivo della politica è impedire che ci sia il ricatto.”

L’austerità, figlia delle logiche neoliberiste di gestione della crisi è un problema che invade qualsiasi spazio della vita, umilia e affligge, si trasforma e abbatte le barriere della regolamentazione del lavoro e dell’etica, portando avanti la stessa devastazione fatta nei bilanci pubblici, tagliando la spesa sociale e rimuovendo quei cavilli (l’Articolo 18) che evitavano il peggio nel mondo del lavoro. L’Italia non può opporsi perché colpevole di applicare proprio quelle norme imposte dall’Europa del “Modello tedesco”.

L’impostazione del ricatto di Electrolux è figlia dell’avidità di un capitale che impone maggiore produzione e tagli agli stipendi. È il segno dei tempi, del ritorno della lotta di classe, del conflitto capitale-lavoro come accadde con Marchionne, dove a fronte di un investimento (mai fatto) si chiedevano sacrifici e turni strazianti ai lavoratori. Un’Italietta, la nostra, che non riesce ad opporre i diritti sociali al profitto di chi detiene le aziende, il cui unico obiettivo è l’accumulazione facendo passare l’idea che solo il trionfo del profitto può garantire sviluppo economico e lavoro. Così facendo, si impone quella logica che ha abolito l’Articolo 18 e cioè che i diritti, le leggi, i contratti sono un ostacolo all’avanzata dell’industria. Perché, e ne dà conferma Zanonato nelle dichiarazioni fatte, la teoria portata avanti da Electrolux è che un operaio del nord Italia costa di più di quello polacco, e quindi la filosofia non è disegnare un piano di industria alternativo, ma ridurre i costi dell’azienda a scapito del lavoratore. Ed il pericolo più grande è che la proposta fatta dalla multinazionale svedese possa divenire un precedente, avviando un processo di depauperamento dei lavoratori trasformandoli in schiavi moderni. Ma, a quanto pare, la povertà non è nell’agenda del Governo, nei piani del Paese; è in atto tutt’altra discussione: sarà maggioritario o proporzionale? Provate a chiedere cosa ne pensa l’operaio dell’Electrolux.