– DI EMANUELE TANZILLI
emanuele.tanzilli@liberopensiero.eu

“Non sono pigro: sono solo a basso consumo energetico”.
La battuta è riciclata, lo ammetto; ma del resto, cerco d’essere coerente. E poi mi si addice molto: sono talmente pigro che per scrivere questo articolo ho dovuto prendermi tre giorni di pausa. E mi sento ancora stanco.
Cari lettori, in occasione del brainch di questa settimana ho proposto a me stesso di trattare un argomento più leggero, più gradevole rispetto alle solite solfe politiche ed istituzionali, e dopo una breve valutazione ho accettato all’unanimità. Vedete, sono coerente. Mica come i gruppi parlamentari del PD.

Riassumendo in due parole: risparmio energetico. Cos’è lo sappiamo tutti; come si attua, forse no. Nonostante la crisi ci abbia accompagnati alle soglie dello shutdown globale – Stati Uniti docent – è pur sempre vero che ci troviamo ancora con entrambi i piedi nell’epoca del consumismo globalizzato. Forse ci avviamo verso il superamento di questo modello, verso un post-consumismo (da non confondersi con l’89, nonostante l’assonanza) plasmato a immagine e somiglianza di una società priva di ogni punto di riferimento politico, morale ed economico. Chiaramente, per giungere ad un nuovo equilibrio occorrerà ridisegnare ex novo gli schemi comportamentali, le catene produttive, le identità etiche e culturali che si stagliano sotto l’ombra dei nani, ormai privi di giganti, che abitano il terzo millennio.

La società che ipotizzo, o meglio ancora, che utopizzo (licenza poetica, ndr), è appunto una società a basso consumo. Facile, penserete, non c’è più nulla da consumare, il problema è già risolto. In parte è davvero così, in parte è necessaria, a mio giudizio, una profonda rivoluzione culturale che sappia concretizzarsi a partire dalle piccole cose. Soltanto pochi giorni fa abbiamo assistito all’ennesima tragedia, nello scempio di una Sardegna che annegava nel fango; ma non è difficile spingersi a ritroso e ricordare Genova, ricordare Sarno, ricordare i numerosi episodi che hanno funestato il Paese nel corso degli ultimi anni. Il clima mediterraneo di cui potevamo fregiarci è ormai un ameno ricordo sbiadito dietro una coltre di cenere, roghi tossici, fumi industriali. Il global warming trascina necessariamente con sé un global warning a cui prestare la massima attenzione, pena il ripetersi sempre più frequente di tempeste, nubifragi, trombe d’aria e frane. Ma i grandi del mondo, da questo orecchio, sembrano non sentirci bene, come testimonia anche l’accorato allarme che il segretario ONU Ban Ki Moon ha rivolto agli Stati che in questi giorni, a Varsavia, si preparano alla Convenzione sul clima di Parigi 2015: un accordo che dovrebbe aggiornare e ridefinire i parametri di Kyoto 2020 e che, alla luce delle condizioni attuali in cui versa il nostro pianeta, diventa sempre più fatidico ed esiziale.

Ma traslando la questione in parole semplici, cosa fare per evitare di finire arrostiti dai raggi solari prima di fine secolo? Come scongiurare la desertificazione completa di un arco di mondo che va dall’equatore ai tropici? In che modo la civiltà umana saprà reagire ai futuri shock energetici, quali l’esaurimento delle scorte di petrolio e di tutti quei minerali preziosi comunemente definiti “terre rare” (monazite, loparite, argille lateritiche) che permettono il funzionamento di gran parte dei dispositivi tecnologici?
A tale scopo impiegherò un solo termine: riconversione. Da intendersi come riconversione industriale, certamente, per orientare gli apparati produttivi verso beni, servizi e processi a minore impatto ambientale: l’ipotesi di introduzione di una “carbon tax” (che penalizzi chi inquina di più con una maggiore tassazione, e viceversa favorisca chi salvaguardia la sostenibilità) può essere un’idea, ma solo ed esclusivamente in presenza di accurati e rigorosi controlli, per evitare di divenire una letale arma a doppio taglio che spinga tutte le fabbriche del mondo a sversare illegalmente i loro rifiuti in Campania. Pietà, basta, abbiamo già dato.
Inoltre, se riconversione deve essere, è imprescindibile che essa sia anche e soprattutto culturale. Che parta insomma da noi, attraverso nuove abitudini e stili di vita, che ci trasformi da spreconi senza ritegno in cittadini coscienti ed accorti. In fondo, un po’ di autocritica non ha mai fatto male a nessuno. Magari al buio, a luci spente.

Ecco allora che lancio l’idea: suggeritemi tutti i vostri accorgimenti, gli espedienti, i piccoli trucchetti che quotidianamente usate per ridurre gli sprechi e il consumo di energia. Proveremo a selezionarli e raccoglierli per farne un prospetto completo, un opuscolo informativo, creato da voi e con voi, e a beneficio di tutti. Insomma, magari il futuro che ci aspetta non è roseo, facciamo almeno in modo che sia verde.

A domenica prossima.