– DI EMANUELE TANZILLI
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I Giochi Olimpici, com’è noto a tutti, si disputarono per la prima volta nell’antica città greca di Olimpia – da cui il nome. Era il 776 a.C. e da allora sono trascorsi tre millenni, secolo più secolo meno, e i Giochi hanno mutato forma grazie all’intuizione del barone francese De Coubertin, sino a diventare la manifestazione sportiva in assoluto più celebre al mondo. Quello che, forse, non tutti sanno, è che durante il periodo dello svolgimento delle gare, fin dall’antichità, era consuetudine sospendere ogni genere di conflitto bellico: la cosiddetta “tregua olimpica”. In parole povere, quando c’erano le Olimpiadi nessuno voleva sapere niente, si doveva pensare a quello e basta: un po’ come succede qui da noi durante le partite del Napoli.

Ma di tempo ne è trascorso e la versione moderna delle Olimpiadi, in particolare a partire dal XX secolo, è diventata anche altro, un luogo di confronto politico-istituzionale in cui fare emergere questioni che con lo sport hanno ben poco a che fare. Alcuni esempi, tra i più celebri, sono i boicottaggi del 1956, del 1980 e del 1984. A questi aggiungiamo gli attentati che funestarono le edizioni del 1972 (il “massacro di Monaco”) e del 1996.

Crisi, propagande, invasioni e repressioni hanno finito per influenzare la manifestazione sportiva per eccellenza e, in questo senso, assurgere a gesti di plateale polemica. Boicottare le Olimpiadi è diventato il mezzo più eclatante per esprimere il proprio dissenso; un po’ come se io, per protestare contro un aumento delle tasse, camminassi sulle spiagge distruggendo i castelli di sabbia dei bambini. Non so se ho reso l’idea.

I ventiduesimi Giochi Olimpici invernali, che hanno preso il via soltanto l’altroieri nella città russa di Sochi, ne sono l’ennesima dimostrazione. Nel Paese comandato da Vladimir Putin sono ancora decisamente troppe le violazioni alla democrazia, compiute da un regime che utilizza il vessillo del comunismo (sic!) come un tappeto sotto cui nascondere la polvere. Le violenze in Cecenia hanno scatenato, proprio all’immediata vigilia dei Giochi, attentati preoccupanti da parte degli attivisti di Dukka Umarov e inoltre, come se non bastasse, le vergognose leggi discriminatorie varate di recente contro gay ed omosessuali hanno contribuito ad acuire il clima di tensione. Il regime di Putin è violento, repressivo e maschilista (se le Pussy Riot vi ricordano qualcosa): non è una novità da scoprire adesso, dato che fino a ieri i nostri rappresentanti erano lì a dialogarci (o peggio, ad organizzarci festini a luci rosse nelle sale del Cremlino), miseramente prostrati innanzi allo strapotere energetico dell’ex Unione Sovietica, che con le sue riserve di petrolio, gas e minerali è in grado di tenere in ostaggio l’Europa come e quando vuole. Le rivolte in Ucraina? Un piccolo contrattempo, scaramucce da minimizzare. E lì dove si finisce per abbattere persino una statua di Lenin, a poche centinaia di chilometri dai luoghi in cui i politici di tutto il mondo sfilano con disinvoltura sotto gli occhi dell’intera umanità, facendo finta che sia tutto a posto perché l’audience viene prima di ogni altra cosa, lì ha inizio e fine quella che è la nostra concezione di dibattito democratico.

Perché non ha senso boicottare le Olimpiadi, che sono l’espressione più alta della fratellanza attraverso lo sport, se contemporaneamente si calpestano i diritti umani nel silenzio generale; o forse, è anche qui tutta questione di audience? Perché il globo intero osserva, ed ogni gesto o atto finisce per assumere una risonanza universale. Così le passerelle mediatiche finiscono equiparate ad una bomba, una canzone delle tATu ha lo stesso valore di centinaia di persone ridotte in miseria. Non ha alcun senso. Tantopiù mentre migliaia di atleti, animati da passione e un sano spirito di competizione, affrontano ciò per cui hanno lavorato anni ed anni; e in loro non c’è rancore, né sentimento di rivalsa, ma il semplice desiderio di vittoria. Quella sportiva, che lascia in bocca l’amarezza della sconfitta e non le lacrime della morte. Per cui vi prego, smettiamola di fare delle Olimpiadi un palcoscenico per gridare allo scandalo, salvo poi sottometterci al conformismo perbenista di sempre: di stragi e soprusi siamo testimoni tutti i giorni, non una volta ogni quattro anni.