– DI LUCA MULLANU
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Il Paese di Dante, di Boccaccio e Manzoni, risulta, nell’ultimo monitoraggio presentato dalla Commissione europea, il Paese che spende meno PIL in Europa in istruzione. La “spesa pubblica in percentuale al PIL” che l’Italia investe nell’istruzione e nella formazione, soprattutto dei giovani, “è tra le più basse dell’Unione europea”, in particolare per quanto riguarda “il livello terziario”, quello delle università, attestandosi al 4,2% (la media Ue è del 5,3%).

Il dossier dà la colpa alle politiche di risanamento di bilancio, che hanno diminuito gli investimenti nel settore, infatti, dall’ultimo governo Berlusconi, con la riforma Gelmini e i tagli effettuati, l’Italia è scesa dal 21° al 31° posto in Europa per percentuale di PIL speso in istruzione. La tavola raffigurata dimostra chiaramente come la spesa primaria per istruzione pubblica abbia avuto incidenza sul PIL nell’Eurozona dal 2000 al 2011. L’Italia passa da una media che arriva a toccare il 4,8% per poi crollare nel 2011 arrivado al 4,2% per effetto dei tagli del Ministro Gelmini. Come si può vedere, la media più alta, stando ai dati 2011, è detenuta dalla Danimarca. Il Paese che investe meno è la Bulgaria, ma l’Italia non scherza, essendo la quintultima della “classifica”, seguono infatti Paesi come la Grecia, Romania, Slovacchia e, come già detto, la Bulgaria.

Dunque l’Italia spende poco e male in istruzione pubblica rispetto alla media europea. E’ infatti chiaro che i Paesi industrializzati che hanno investito di più in istruzione sono Paesi solidi e con grande capacità di sviluppo, rispetto a quelli che, in controtendenza, hanno diminuito e tagliato la spesa pubblica in quel settore. Non è un caso se nelle zone “alte” della classifica i servizi pubblici offerti, soprattutto per l’istruzione, siano tra quelli più avanzati in Europa, ma non è un caso nemmeno l’incidenza che ha l’istruzione, nei Paesi del nord Europa, nell’aiutare i giovani a trovare lavoro. Gli Stati Europei che hanno lavorato sull’istruzione pubblica e soprattutto investito di più, oggi, sembrano soffrire meno gli effetti della crisi economica, avendo a disposizione un “capitale” (prendo in prestito un termine che non mi piace) umano ampio, specializzato e pronto ad affrontare qualsiasi difficoltà.

L’Italia, invece, secondo la Commissione europea, soffre di gravi disparità all’interno del mondo dell’istruzione, soprattutto nel paragonare le regioni su questo terreno. Il sintomo della diseguaglianza dell’Italia è visibile nella comparazione degli investimenti nei diversi settori, ad esempio per quanto riguarda la Difesa, l’Italia spende il 3% della sua spesa pubblica (in linea con l’Ue a 27) e il 4% per l’ordine pubblico (3,9% la media europea). Una grave disparità considerando il fatto che in questo Paese gli attuali Partiti al Governo prediligono l’acquisto di aerei per un costo stimato di 12,9 miliardi, invece di riparare i tetti delle scuole, problema del quale ancora nessuno se n’è occupato.

Se invece si guarda solo alla cultura, l’Italia, con l’1,1% di spesa pubblica dedicata a questa voce, è superata dalla Grecia (1,2%) e da tutti gli altri Paesi dell’Ue a 27 con la Germania all’1,8%, la Francia al 2,5% e il Regno Unito al 2,1%.

Insomma, una vera e propria débâcle per il nostro Paese, se si pensa che in casa nostra abbiamo il più grande patrimonio artistico del mondo. Questo dato va a chiarire un fatto: i beni culturali in Italia non sono visti come una grande opportunità di sviluppo nel breve e lungo periodo, ma come un “costo”, una voce in bilancio in più da dover sostenere. La strategia fallimentare con cui si tratta l’istruzione pubblica e la cultura lascerebbe tutti senza parole. Tanto più se pensiamo che l’Italia potrebbe sfruttare al massimo le proprie meraviglie in un periodo di crisi molto forte, dovrebbe sviluppare le capacità e la voglia di guardare al futuro. Ma si sa, qui da noi, nelle interviste, i Ministri, affermano che “di cultura non si mangia”.