– DI MARCO DI DOMENICO
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In questi ultimi mesi sono venuti alla ribalta numerosi casi di tumore, spesso anche infantili, nelle provincia di Napoli e Caserta, meglio note come la “Terra dei Fuochi. Da quando è cominciata la contestazione su larga scala dello sversamento di rifiuti illeciti e speciali, correlando i due eventi, si è cominciato ad invocare un registro dei tumori della regione Campania per tenere sotto controllo la situazione.

Un registro tumori è un servizio adibito alla raccolta, all’archiviazione, all’analisi e all’interpretazione dei dati sulle persone affette da tumore. Essenziale per descrivere la condizione del cancro sul territorio, per monitorare l’andamento dei casi nel tempo, per determinare i piani di prevenzione e, quindi, operare la giusta allocazione di risorse sanitarie. Ben pochi sanno che esistono già due registri, quello di Napoli (istituito nel 1996 dall’allora Asl Napoli 4 e fatto proprio dalla Regione nel 2001) e quello di Salerno (istituito nel 1997 dall’ente provinciale), entrambi accreditati presso AIRTUM (Associazione Italiana Registri Tumori). A questi se ne aggiunge un altro: è il registro tumori di Caserta, nato nel 2012, in attesa di completare la sua prima registrazione relativa ai dati riferiti al triennio 2008-2010.

Ma questi sono soli dei registri provinciali che non possono dare un quadro generale della situazione oncologica campana. Quindi, il commissario ad acta della sanità, nonché il presidente della Regione, Caldoro, decise, nel luglio 2012, di istituire un Registro Tumori Regionale di popolazione, organizzato su base provinciale (Caserta, Benevento, Avellino e Salerno) o sub-provinciale (Napoli) e un unico Registro Tumori Infantile, allocato presso una delle ASL locali. Il coordinamento e la lettura dei dati raccolti dalle Asl furono affidati all’Osservatorio epidemiologico regionale, una struttura che opera sotto il diretto controllo della Regione.

Il 14 settembre 2012, l’Autorizzazione unica ambientale, organo di controllo dello Stato italiano, impugnò dinanzi alla Corte costituzionale la legge perché in contrasto con il piano di rientro dal disavanzo sanitario della Campania. La Consulta accolse l’istanza e bocciò il registro, giudicandolo troppo oneroso e fuori budget (1 milione e mezzo il costo annuale). Ovviamente, ad esser censurato non fu il registro, ma l’istituzione di nuovi uffici e di nuovi incarichi professionali che avrebbero imposto oneri aggiuntivi per la regione. Ci sono voluti quasi due anni per adeguare il testo regionale ai dettami della Corte Costituzionale: dopo un aspro confronto con l’opposizione in Consiglio Regionale, si è arrivati ad un compromesso lo scorso 10 Febbraio. Sette ASL si occuperanno di redigere un proprio registro a cui si aggiungerà il Santobono per il registro infantile, il tutto coordinato da tre comitati scientifici che sovraintenderanno alla raccolta e alla gestione dei dati.

L’opposizione chiedeva un unico registro dei tumori a livello regionale (come accade in molte altre regioni italiane ed europee) e sosteneva che il Pascale dovesse avere un ruolo centrale per coordinare i lavori, invece di tre differenti comitati.

Tuttavia il processo legislativo sembra essere giunto al termine e presto la Campania potrà avere vari registri funzionanti. Ma non si capisce il perché di un lavoro così farraginoso per costituire un efficiente raccolta dati, nonostante gli allarmi e le numerose richieste. Ciò che spaventa è l’indolenza e la lentezza.

In tutto questo non mancano le contestazioni politiche: Caldoro accusa l’opposizione di non aver collaborato su un tema così importante per la salute dei cittadini e difende la sua azione sostenendo che la maggioranza di centrosinistra, nello scorso mandato, non abbia fatto alcunché per redigere alcun registro, nonostante i primi allarmi.

Eppure, chi ha fatto mancare il numero legale in Consiglio Regionale è stata la maggioranza di centrodestra. E non è la prima volta negli ultimi mesi: forse serpeggia qualche malumore per l’operato del governo regionale in vista delle elezioni?

L’unica cosa certa che, ancora una volta, la Campania si è dimostrata incapace di intervenire prontamente per tutelare la salute dei cittadini: perché non affidare il compito al Pascale e al Santobono di coordinare la raccolta e la gestione dati? Perché costituire tre comitati direttamente dipendenti dalla Regione? Così facendo si rischia di rallentare il monitoraggio e l’archiviazione dei dati e anche di “controllare” il processo, essendo gli organi, adibiti alla raccolta, dipendenti dalla Regione.