– DI CRISTIANO CAPUANO
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L’Australia è sempre stato uno di quei paesi verso cui le rotte dell’emigrazione sono state maggiormente tracciate. Una nazione, come ben sappiamo, fondata da migranti europei, i cui discendenti rappresentano, oggi, il 90% della sua popolazione. Per quanto riguarda il nostro paese, i primi flussi migratori italiani verso l’Australia cominciarono nella seconda metà del diciannovesimo secolo, per poi intensificarsi dagli anni’20 del Novecento in poi. Dopo il secondo conflitto mondiale, l’emigrazione italiana si rinvigorì, uscendo da quell’impasse in cui era incappata per ovvie ragioni politiche, e tra gli anni ’50 e ’60 raggiunse i suoi massimi picchi.

I contesti sociali, sia dell’Europa che del “nuovissimo continente”, erano chiaramente diversi rispetto alla contemporaneità: fino ad un secolo fa, l’Australia poteva considerarsi ancora una nazione “in cantiere”, un paese da costruire, che necessitava di forza lavoro per acquisire un’identità del tutto nuova rispetto a quella di colonia penale che aveva avuto dalla fine del settecento in poi. Per queste semplici ma sostanziali ragioni, la regolamentazione del fenomeno migratorio si presentava in maniera del tutto dissimile rispetto ad oggi, e il Commonwealth invogliava cittadini da ogni parte del globo a far rotta verso le proprie coste, addossandosi addirittura le spese delle traversate oceaniche.

Cos’è cambiato da allora?

L’Australia è al secondo posto nella classifica dei paesi per indice di sviluppo umano, la sua economia è la dodicesima al mondo per volume, le sue metropoli sono perennemente in vetta alle classifiche per qualità della vita, e il tasso di disoccupazione è al 5,2%.

Basta questo a spiegare come, da alcuni decenni a questa parte, quello dell’Australia sia diventato un vero e proprio mito; un mito che oltrepassa la sola dimensione delle ottime prospettive lavorative, e che riguarda in toto il culto della cosiddetta “easy life”.

Questo insieme di fattori ha portato alla ribalta un’emigrazione nuova, che riguarda dinamiche e prospettive diverse rispetto al passato, e pare che sempre più italiani stiano guardando con interesse al Down Under.

L’incremento di giovani in partenza dal Bel Paese è ormai evidente e, nel 2012, Marina Freri e Magica Fossati, due giornaliste della SBS (una delle due radiotelevisioni di Stato australiane), hanno realizzato un reportage radiofonico chiamato “Bye Bye Italy: dall’austerità all’Australia” al fine di analizzare tale fenomeno.

Trasferirsi in Australia oggi è senz’altro più difficile che in passato. Le politiche migratorie sono strettamente basate sul concetto di utilità ed ottenere un visto permanente richiede tempi e costi a volte esosi. Il modo più comune in cui la nuova emigrazione italiana in Australia si sta manifestando è attraverso i cosiddetti Working Holiday Visas, che permettono, ai giovani sotto i 31 anni, di trascorrere un periodo di un anno nel continente rosso per lavoro o vacanza. Le attività a tempo determinato più gettonate presso i giovani backpackers sono senza dubbio quelle che riguardano la raccolta della frutta (Harvest) o l’impiego presso una farm, senza tralasciare la prospettiva della ricerca di un buon percorso di studi universitari. Proprio agli studenti sono, infatti, destinati gli Student Visas (Training and Research, Student Guardian, Postgraduate Research Sector, etc.), che permettono di seguire un percorso di studio full-time e di lavorare per un massimo di venti ore settimanali.

Inoltre, il Department of Immigration and Border Protection concede, tramite il proprio sito web (www.immi.gov.au), la possibilità di effettuare online l’iter burocratico per l’acquisizione dei visti, oltre a stilare, con cadenza annuale, delle Skilled Occupation Lists, liste di profili professionali specifici ricercati dal Governo, destinate a coloro che otterranno il relativo Skilled Visa.

Le politiche migratorie australiane risultano essere, dunque, abbastanza restrittive ma si preoccupano di agevolare, tramite un sistema burocratico essenziale e all’avanguardia, ogni specifica procedura. Senz’altro, ciò da cui è impossibile prescindere è un’ottima conoscenza della lingua inglese, da certificare tramite relativi attestati Cambridge ESOL (TOEFL o IELTS) senza i quali sarebbe praticamente impossibile seguire un percorso di studi o procurarsi un impiego.

Il nuovo fenomeno degli italiani d’Australia 2.0 passa inevitabilmente attraverso gli snodi di questa prassi e ci sta portando a confrontarci con una realtà lontana, per certi versi ardua, per altri un po’ mitizzata, ma, senza dubbio, straordinariamente affascinante.