– DI EMANUELE TANZILLI
emanuele.tanzilli@liberopensiero.eu

“Lavorate tutti, casa per casa, azienda per azienda, strada per strada, dialogando con i cittadini, con la fiducia per le battaglie che abbiamo fatto, per le proposte che presentiamo, per quello che siamo stati e siamo… è possibile conquistare nuovi e più vasti consensi alle nostre liste, alla nostra causa, che è la causa della pace, della libertà, del lavoro, del progresso della nostra civiltà”.

Esattamente ventinove anni fa, in un ospedale di Padova, si spegneva Enrico Berlinguer. Quattro giorni prima, in quella stessa città, era stato colpito da un ictus mentre pronunciava le parole di quello che sarebbe diventato il suo ultimo comizio, e che sarebbe passato alla storia come tale. Non s’interruppe; portò avanti il suo discorso fino alla fine, tra gli applausi d’incitamento dei presenti e qualche voce che gli consigliava sommessamente di fermarsi, di mettersi a riposare. Che era poi come suggerire ad una stella morente di spegnersi senza emettere il suo bagliore più fulgido e radioso. Oggi si contempla, rivivendo quelle immagini strazianti. Oggi si commemora, non senza una punta di amarezza e commozione. Io, oggi, più che celebrare un’icona, mi pongo con aspra consapevolezza nei confronti di chi, piuttosto che seguirne l’esempio, si è limitato a rubarne le citazioni, piuttosto che imitarne il modello, si è avventurato in improbabili riproposizioni fuorvianti ed anacronistiche. Oggi, 29 anni dopo, di Enrico ci rimane il ricordo, un ricordo scontornato, come la fragranza di un fiore accolto tra le mani e ormai appassito. Perdersi nella nostalgia è una piacevole divagazione, ma a quasi tre decenni di distanza non può essere una giustificazione o una scusa. Quel tempo non esiste più, quei contesti storici, economici, sociali e culturali sono abbondantemente superati, quella politica è sepolta sotto profondi strati di personalismi ed accattonaggi. Dalla questione morale si è passati alle questioni pregiudiziali; dal compromesso storico si è giunti ad una storia compromessa, irrimediabilmente incapace di ritrovare un solco identitario ed un filo logico che possa essere, quantomeno, di transizione. La “sinistra”, quella che Enrico rappresentava, si è sfaldata in una miriade di presidii isolazionisti ed autocelebrativi, restii ad ogni genere di confronto e di apertura mentale, barricati dietro le logiche del citazionismo e sedimentati su ragionamenti distruttivi e mai costruttivi. Ciò che ne rimane – ed è inutile fare nomi, anzi, sigle – è preda di una personalità schizoide e dell’arrivismo di personaggi il cui unico valore è l’autoconservazione: figli illegittimi di accordi a tavolino, di pugnalate senza impronte digitali, di rinnegamenti e annegamenti che, chissà come, li riportano sempre a galla. Sarà per via della “materia” di cui sono fatti. Ma oggi è troppo facile riguardare col magone in gola quei terribili e meravigliosi minuti d’amore e morte, come nella più leopardiana delle rappresentazioni. Ebbene, io dico che domani sarà ben più difficile mettersi alle spalle una lacrima, un virgolettato, un senso d’indignazione, e per una volta tanto accostare al suffisso “auto-” la parola “critica”. Perché non è con qualche aforisma che recupereremo i bei tempi andati; ma lavorando casa per casa, strada per strada, con una generosa dose d’umiltà nei confronti dei valori che abbiamo tradito, delle cause che abbiamo accantonato, delle persone che abbiamo allontanato con disarmante leggerezza per nutrire un orgoglio scellerato, forse ci ritornerà in mente che c’è anche un po’ di futuro a cui badare. È la sua lezione più significativa, il suo più prezioso lascito: affrontare finanche la morte pur di essere da sprone, da guida, da esempio. Grazie, Enrico.