– DI DAVIDE GORGA
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Ultimamente, anche su queste pagine, si dibatte sulla possibilità o l’opportunità di legalizzare le cosiddette “droghe leggere”. Siamo sicuri di avere un quadro d’insieme adeguato?

Quelle che noi chiamiamo “droghe” (o, meglio, “sostanze stupefacenti”) sono, in realtà, un insieme estremamente eterogeneo di sostanze a vario titolo psicoattive: ritroviamo piante e prodotti della terra, più o meno trattati; composti sintetici, derivati sintetici di principi attivi di origine naturale. Ovviamente le prime ad essere utilizzate, storicamente, furono quelle di origine naturale – come il vino nell’area mediterranea. Sembrerebbe superfluo ricordarlo. Non lo è.

Nel Medio Evo si beveva vino, i Romani e i Greci bevevano vino; è quindi parte integrante della nostra cultura e di una tradizione che prosegue ininterrottamente da millenni. Che ha dato luogo a locuzioni, luoghi comuni, personaggi, poesie o metafore – «Il faut être toujours ivre, tout est là (…) De vin, de poésie, ou de vertu à votre guise.» (Baudelaire) – e l’ebbrezza o l’abuso di vino (qui palesemente oltrepassata dal poeta francese) è del pari conosciuta e stilizzata: dall’ubriacone perdigiorno al disperato bevitore solitario che, consapevolmente, va incontro alla propria distruzione. È questo il tratto distintivo di una “droga” (termine che in realtà si applica anche alle spezie, quindi con un’area semantica non a caso ampia), ossia il retroterra culturale in cui nasce e vive.

Noi, in millenni di convivenza col vino (e coi suoi parenti più stretti, come la birra, che ha una storia plurimillenaria e che ha incontrato, nel Medio Evo, attraverso le abbazie, la nostra società) abbiamo imparato a conoscerne i vantaggi (è un protettore del sistema cardiovascolare, come confermano tutti gli studi) così come i pericoli.

Eppure, ancora oggi, nonostante i fiumi d’inchiostro, le canzoni, le commedie, le figure dell’immaginario popolare, la profonda e radicata “cultura del vino”, siamo qui a fare i conti con le “stragi del sabato sera” – che fino a qualche anno fa facevano notizia, oggi ricavano un trafiletto nel giornale di provincia, se va bene. Ma questo è altro discorso. Perché se tutto quello che abbiamo scritto è vero, come è possibile che non alcuni ma molti giovani (e non più giovani) non abbiano la minima “cultura” che dovrebbe accompagnare l’uso di sostanze alcoliche – l’uso millenario del vino? Ossia della bevanda psicoattiva che meglio conosciamo in assoluto e che più è radicata nel tessuto sociale?

Forse abbiamo sbagliato qualcosa? Certamente sì. Abbiamo perso quella comunanza, quella concretezza e quella familiarità con gli alimenti che consentono una vita migliore:

«Ché la birra è ottima,
a patto che mantenga
il suo intelletto, l’uomo.»
(Edda poetica)

E se abbiamo a tal punto fallito nel conoscere il cibo che cresce sulla nostra terra da secoli o millenni, occorre scrivere di mancanza di cultura, la stessa, in fondo, che porta alle malattie derivanti da un’alimentazione sempre più sbilanciata. E se tale cultura manca, al punto che – più che giustamente – all’uscita delle discoteche siamo costretti a dislocare posti di controllo di polizia stradale muniti di precursori ed etilometro per limitare i danni, significa che a monte non esiste una consapevolezza adeguata, in grado di preservare la propria incolumità e quella altrui; in grado di fruire della bellezza e della ricchezza della buona tavola, del buon cibo – e del buon vino – senza divenirne schiavi.

Sinora abbiamo scritto di un elemento familiare, innocuo, sulla tavola pressoché di tutti (astemi a parte). Di un alimento che ci accompagna da millenni (così come la birra ci racconta storie secolari, di mura d’abbazie e castelli). Proviamo a trasferire lo stesso ragionamento ad altri prodotti, altri scenari, altri contesti.
Per secoli, la coca è stata consumata a fini rituali nelle regioni sudamericane: principalmente masticata, era utilizzata dalla classe sacerdotale quale alimento rituale. Sottolineo il termine: “alimento”, poiché tale era (ed era percepito) dalle popolazioni, sino all’era del grande impero Inca.
Fu solo quando il Tahuantinsuyo crollò sotto le spinte disgregatrici accresciute dall’improvvisa presenza europea che la coca divenne dapprima un surrogato di un’alimentazione corretta per i minatori, poi, esportata in un continente che non l’aveva mai conosciuta, fu sfruttata come stupefacente puro, tramite la raffinazione della cocaina.

Ovviamente, nessuno si sognerebbe mai di legalizzare la cocaina, droga “pesante”. Ma in che cosa più “pesante” del vino o della birra? In molti Paesi, che hanno un rapporto millenario con la pianta della coca, il problema si pone relativamente, in quanto è stata custodita e tramandata la cultura dell’alimentazione e, a tutt’oggi, la masticazione delle foglie di coca è perfettamente legale (ad esempio in Perù).
La distinzione tra “droghe leggere” e “pesanti” è alquanto aleatoria. Sono l’uso, la consapevolezza, la cultura, spesso millenaria, che recano l’impronta della liceità.

Torniamo quindi all’argomento della petizione: la legalizzazione della cannabis.
Abbiamo un retroterra culturale, sociale, storico, che ci consenta di elaborare un sentire collettivo? Disponiamo di una cultura adeguata? Ovviamente no. Non più di quanta ne disponiamo per il consumo di coca.
Ma spingiamoci oltre. Anche di quegli alimenti che sono parte integrante della nostra dieta, come il vino o la birra, spesso dimostriamo aver dimenticato la cultura, il rispetto; in una parola, la piena consapevolezza.
Casomai il percorso corretto dovrebbe essere quello inverso: riappropriamoci della nostra identità: come mediterranei, siamo bevitori di vino, come europei, consumatori di birra, ed iniziamo dal basso a costruire le basi per un consumo sano di questi alimenti.

Si dirà: in un’epoca di globalizzazione, tutto il mondo è interconnesso, New York o Lima sono dietro l’angolo. Ed in fondo è vero. Ed è proprio per questo che a maggior ragione l’uso e l’utilizzo di quanto di buono può provenire dalla natura dev’essere subordinato al rispetto della stessa ed alla sua conoscenza. Provate ad immaginare il consumo di cannabis, o di qualsiasi altra sostanza psicoattiva, soggetto al superamento di un corso di studi e di esami: non solo sugli aspetti farmacologici od organici – ma storici, culturali, valoriali – che hanno segnato nei secoli la consapevolezza collettiva dell’identità specifica e del principio attivo e del consumatore. Credo che su mille persone forse neppure due lo passerebbero.
Quanti sanno dirmi quali erano i modi in cui era consumato il vino nell’antica Grecia? O in Palestina? Quanti sanno in che modo è prodotta la birra – o si limitano ad acquistarla al supermercato?

Bene, è la conoscenza o, meglio, la compenetrazione in essa a livello intimo e culturale che rendono una persona idonea al consumo di determinate sostanze. È la consapevolezza storico-culturale e sociale che forma un tessuto sociale in cui l’uso di una sostanza è non solo consentito ma valorizzato.
E ritorniamo al vino.
Non siamo stati in grado di conservare l’identità dell’alimento per le giovani generazioni; questo sì è un aspetto che andrebbe recuperato.
E se non siamo riusciti a conservare ciò che era “nostro” per storia millenaria, non riusciremmo ad assimilare ciò che non ha mai fatto parte della nostra cultura: né la cannabis, né le foglie di coca.
È questo contesto culturale che dev’essere costruito, la riscoperta (autentica) della nostra e dell’altrui storia, società, costume.
Altrimenti, la “liberalizzazione” di una sostanza equivale all’inserimento di un corpo estraneo in cui non sarà più possibile discernere il valore dell’abuso.

Altro discorso che spesso è invocato per la “liberalizzazione” delle droghe “leggere”: sottrarre profitti alla criminalità organizzata.
Ora, bisogna essere davvero ingenui (o davvero conniventi) per non comprendere come l’apertura di un mercato potenzialmente enorme come l’Europa incrementerebbe a dismisura i profitti di queste associazioni – per le quali non sarebbe che un’occasione irripetibile, visto che a gestire il commercio transoceanico sarebbero sempre e comunque loro – e in regime di monopolio.