– DI AGNESE CAVALLO
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Questo gioco di parole fa ben intendere la stretta, anzi strettissima intesa tra Ordini Professionali e mondo politico. C’è, infatti, un accordo tra politici e categorie di mestiere che influenza ed interferisce con la sfera politico-economica del Paese. All’interno stesso del Parlamento ci sono ex (e spesso nemmeno tanto ex) medici, ex avvocati, ex architetti, ex farmacisti e via discorrendo. Ma facciamo un passo indietro. Il concetto di corporativismo, o associazione, può anche avere in sé un intento positivo, se non fosse strettamente collegato alla politica, ha come obiettivo la tutela del professionista e del consumatore e la regolamentazione della concorrenza. Ci sono, però, delle condizioni che sembrano più ricatti che altro. Innanzitutto, chi voglia lavorare deve necessariamente e obbligatoriamente iscriversi all’albo, sborsando soldi ogni anno per rimanervi, pena la cessazione immediata della professione. Insomma è una sorta di licenza che si rinnova ogni anno. La cosa si complica quando interviene lo Stato che, inizialmente, doveva presentarsi come supervisore e garante; ma la sua intromissione non ha fatto altro che imprigionare l’individuo e le categorie professionali dentro “gabbie” associative. Così, con l’aiuto della politica ogni categoria ha cercato da sempre di accaparrarsi la maggior quota possibile di sovranità, in ambito polito ed economico, per gestirla a svantaggio di altre e della collettività. Infatti le rivendicazioni di una categoria scatenano la rincorsa delle altre in una spirale senza fine, nella quale la precettazione (provvedimento amministrativo straordinario con il quale si pone fine ad uno sciopero) non è attuabile, perché le associazioni, che proclamano lo sciopero, non consentono che vengano adottati provvedimenti contro gli iscritti. In questo modo l’Italia si paralizza per scioperi vari: benzinai, trasporti pubblici, personale di bordo, farmacisti e così via. Per ovviare al problema, il Governo ha presentato un disegno di legge per regolamentare i conflitti collettivi di lavoro nel settore dei trasporti, prevedendo che possano proclamare sciopero solo i sindacati che rappresentano almeno il 50% dei lavoratori de settore. Questo è solo un palliativo, il problema è un altro. Tanti disagi, dovuti alla contrazione del mercato, alla discrepanza economico-sociale tra lavoratori spesso di una stessa categoria professionale, sono causati soprattutto da una cattiva gestione politica degli Ordini professionali, molti dei quali delle vere e proprie lobby. Se non è corretto fare di tutta l’erba un fascio, è pur vero che la politica necessita di un’ampia base elettorale. E chi meglio dei professionisti? Ecco qui il nodo della questione: il caro do ut des. Io ti do i voti, tu mi elargisci favori. Non è sempre facile, però, gestire ed accontentare le diverse categorie, ognuno delle quali pretende le siano assegnati sempre nuovi privilegi. Insomma ‘na vera faticaccia per i nostri politici! Lo Stato ha letteralmente sostituito l’accordo con in cittadini a quello con le categorie, per cui la legittimazione a governare non deriva più dal consenso elettorale, bensì dall’assenso delle categorie. Ogni individuo è valutato, pesato, in base all’Ordine cui appartiene. L’Italia si dimostra, ancora una volta, un’oligarchia che non è capace di tappare più i buchi, anzi le voragini, provocate dalla sua fallimentare politica. Nessuno vuole rinunciare ai propri privilegi tanto faticati! È un marchingegno ben strutturato, che comincia a scricchiolare, perché con la crisi economica i politici fanno fatica ad accontentare tutti, e in più si aggiunge la pressione, sempre più forte, dei cittadini che risentono dei favoritismi. Qualche miglioramento è stato fatto con la legge Bersani, ma quando si è dovuto votare per la liberalizzazione delle farmacie o dei tassisti, dando inizio ad una rivoluzione in tale ambito, no; lì c’erano in gioco troppi soldi. In tempi di liberalizzazione non si può ancora rimanere attaccati a vecchi ingranaggi. È scontato che si prescinda sempre dal fatto che delle regole ci devono essere, così come è doveroso fare delle differenze tra gli Ordini professionali (è evidente che alcuni settori settori sono più suscettibili al monopolismo, all’oligarchismo: energia, banche, trasporti). Fatte queste precisazioni, una soluzione potrebbe essere, non tanto abolire gli ordini professionali, che pure possono avere una loro ragion d’essere, bensì creare pluralismo al loro interno. Devono esserci quindi vari ordini di notai, di avvocati, di farmacisti, ecc., ognuno coi proprio criteri che attestino al consumatore la qualità dei professionisti. Insomma si tratta di liberalizzare gli Ordini e non di abolirli, per favorire l’accesso a chiunque all’interno del mercato. Ci vuole, allora, un atto di coraggio in senso liberale, che a lungo andare non può portare altro che benefici.