– DI CLAUDIA POLO
claudia.polo@liberopensiero.eu

La domanda che, probabilmente, sarebbe più giusto farsi è: cosa sta accadendo giorno dopo giorno nelle nostra cultura?
A dirla tutta, non credo che sia una malattia, né tanto meno il contrario della xenofobia, ben più pericolosa. L’esterofilia, come il dizionario suggerisce, è una spiccata simpatia per tutto ciò che è straniero.

Quella di noi italiani è ben nota, e risale a molti anni addietro; è infatti difficile analizzare tutti i motivi, le ragioni e le vere cause che hanno fatto sì che questo fenomeno arrivasse nel nostro Bel Paese.
Se potessi analizzare una delle cause principali dell’esterofilia, direi senza dubbio che il discorso debba partire dalla nostra cara e non molto lontana unità d’Italia, la quale, essendo stata raggiunta lentamente ed in modo assai travagliato, è stata difficile creare: ma ancor più difficile è stata l’azione di creare una vera e propria “identità”.

Come disse nella famosa frase il Marchese D’Azeglio, “ora che l’Italia è fatta, bisogna fare gli italiani”.
E’ stato per noi difficile raggiungere quel senso d’identità che altri Paesi hanno avuto da sempre; l’enorme divario culturale fra nord e sud ha sempre contraddistinto il nostro Paese e così, abbiamo acquisito, in ritardo, l’identità nazionale rispetto agli altri Paesi europei, probabilmente a causa delle innumerevoli dominazioni straniere subite nel corso dei millenni, oggi ci troviamo a oscillare da un lato verso l’ammirazione delle altre culture e dall’altro verso una invidia acritica e dinnanzi a momenti di atavica antipatia che un tempo era odio nei confronti dei nostri ex oppressori.

Ed è così che da un po’ abbiamo tentato di lasciarci alle spalle ciò che è stata la nostra storia, ciò che abbiamo fatto, quanto abbiamo combattuto per essere il “Bel Paese” che molti ci hanno invidiato ed altri continuano ad invidiare, che, purtroppo sin dal governo Berlusconi, abbiamo visto perdere d’identità. Il nostro Made in Italy, ricercato ovunque, ha lasciato spazio, da un lato, ad un marcio creatosi da questa continua ondata di influenze esterofile; dall’altro, credo che dovremmo imparare ad assimilare e a fare “nostro” solo ciò che davvero può migliorare la nostra cultura d’appartenenza, pur essendo “estero”.

Qual è il primo elemento socio-culturale che viene modificato quando siamo a contatto, in modo così stretto, con le culture estere?
La risposta è molto semplice e la riscontriamo quotidianamente: la lingua. Essa, primo elemento intenta a modificare il nostro essere, è ciò che fa sì che assumiamo nuovi modi di vivere che non c’appartengono, come ad esempio gli aperitivi dopo il lavoro, chiamati “happy hour” , oppure le innumerevoli parole che vanno a sostituire il nostro dizionario nel campo della moda: cool, glamour, out, in, fashion blogger, fashion victim, etc.

Ma è forse questo ciò che la globalizzazione vuole realmente creare? Un mondo in cui nessuno ha una vera e propria identità culturale, un mondo in cui siamo tutti creati ad immagine e somiglianza di ciò che è ritenuto il “meglio” che abbiamo fra tutte le culture?
Chiediamoci allora cosa possiamo fare quotidianamente per evitare che ciò che sempre più sta avanzando, accada del tutto.
Non lasciamo che la nostra lingua, quella che tanti hanno esaltato, la lingua dei famosi Petrarca e Alighieri, scompaia sopraffatta dalle altre; prendiamo in mano le ragioni del nostro essere ed esaltiamole perché se c’è un Paese che merita di non essere inglobato in un circolo vizioso, quello è proprio l’Italia.