– DI LUCA MULLANU
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Dal 1° gennaio 2012 è entrata in vigore la riforma delle pensioni contenuta nel decreto legge 201/2011 (legge 214), la famosa legge Monti – Fornero. All’interno di questa nuova legge che stravolge il sistema pensionistico italiano ci sono alcuni capisaldi, come il passaggio al metodo contributivo per tutti, anche per chi manteneva il vecchio retributivo, l’aumento dell’età pensionabile, la cancellazione delle pensioni di anzianità.

Ma torniamo indietro con la storia.

In Italia, fino alla legge Amato – Dini del 31/12/1995, vigeva il metodo retributivo, un sistema di calcolo delle pensioni basato sulla media delle retribuzioni degli ultimi anni di lavoro (5 o 10), precedenti alla data di pensionamento. Questo sistema dava, perciò, la possibilità al pensionato, di avere un tenore di vita in base agli ultimi stipendi ricevuti. Questo sistema era utilizzato fin quando, appunto, non intervenne la legge Amato-Dini, che sancì il passaggio da Retributivo a Contributivo.

E chi aveva versato i contributi negli anni del retributivo che fine avrebbe fatto? Per loro, se avessero avuto più di 18 anni di contributi versati, quegli anni sarebbero stati calcolati con il sistema retributivo, ma chi non avesse avuto 18 anni di contributi versati, dal 1/1/1996, sarebbe passato ad un sistema misto (retributivo fino al 31/12/1995 e contributivo dal 1/1/1996).

Il metodo contributivo, invece, è un altro sistema previdenziale di calcolo delle pensioni, basato sui contributi versati nel corso della vita lavorativa. Da ciò che si è versato si ottiene un Montante Contributivo Individuale, che sarebbe la sommatoria sulla quale viene calcolato l’assegno pensionistico, moltiplicato per un coefficiente di trasformazione con il quale si ottiene il Montante Contributivo finale. I coefficienti di trasformazione sono collegati direttamente all’età di pensionamento, quanto prima viene presentata la domanda di pensionamento, tanto minore è il coefficiente utilizzato per calcolare la pensione (parliamo di lordo). E’ chiaro che, mettendo a confronto i due sistemi, il contributivo sembra essere più penalizzante rispetto al retributivo, perché nel sistema introdotto da Dini, il calcolo della pensione prende direttamente in considerazione l’importo dei contributi effettivamente versati dal lavoratore e non gli ultimi 5 anni di retribuzione. Ergo, la media nel contributivo è più bassa rispetto al retributivo, infatti, è storicamente riconosciuto che questa prima riforma permise il livellamento delle pensioni in Italia.

Ragionando in termini pratici, nel sistema retributivo la pensione si calcola moltiplicando la base pensionabile (media ultimi n anni di retribuzione) per le aliquote di computo (a scaglioni per le varie fasce di base pensionabile) per anni di contribuzione (massimo 40). Invece nel sistema contributivo si calcola in base ai contributi (in % della retribuzione) capitalizzati per la media quinquennale PIL nominale (Se il PIL è in aumento, di conseguenza le pensioni avranno un aumento relativo alla rivalutazione, in caso di recessione, invece, la logica ci dice che nella pensione del nonno ci sarà qualche euro in meno), ottenendo il montante contributivo, convertito in rendita da coefficienti di trasformazione relativi all’età, si ottiene la pensione.
Dunque, nel 1995 cominciano ad imporsi i primi paletti nei confronti di quello che era il sistema retributivo.

Dopo questo breve excursus passiamo all’attuale riforma.

Il primo pilastro su cui si fonda la Monti – Fornero è l’abolizione totale del sistema retributivo; in pratica, chi aveva maturato la pensione con quel metodo avendo più di 18 anni di contributi al 31/12/1995, se fino ad ora era rimasto con il sistema retributivo, dal 1/1/2012 è passato al metodo contributivo. E non solo, dal 1/1/2012 chi matura i requisiti va in pensione per vecchiaia oppure anticipata (vengono abolite le pensioni di anzianità e di vecchiaia anticipata).

La riforma ha profondamente cambiato il sistema previdenziale italiano, cancellando la possibilità della pensione tramite quote e introducendo la pensione anticipata, che consente di maturare questo diritto prima dell’età di vecchiaia solo se si superano 41 anni e 1 mese di contributi per le donne e 42 anni e 1 mese per gli uomini. Ma attenzione, nel caso in cui si abbiano questi requisiti, sono previste delle penalità. Ad esempio, maturando la pensione anticipata e facendone richiesta, viene applicata una riduzione percentuale su di essa, dell’1% per ogni anno di anticipo rispetto ai 62 anni, 2% per ogni anno di anticipo rispetto ai 60. Ma se sei un giovane precario, tranquillo, tanto questi requisiti non li maturerai (nell’elenco dei fortunati vincitori alla lotteria ci sono pure io). Anche perché, la norma vale solo per chi ha iniziato a versare dal 1/1/1996 (i totalmente contributivi) e solo se ci sono alcuni requisiti, come quello di avere 63 anni di età e 20 anni di contributi versati.

Un altro dei capisaldi teorici della riforma è il fatto che si basi sulla vita attesa, speranza che, secondo i calcoli del Ministro, si è innalzata ed ha portato di conseguenza l’età pensionabile a 67 anni (età massima). Ma i ragionieri dello Stato prevedono già, realisticamente, che il raggiungimento dell’età pensionabile possa coincidere con i 70 anni. Infatti, per questi calcoli particolari si fa riferimento ad una tabella che si aggiorna ogni 2 anni e che va ad analizzare la demografia del Paese.

La riforma, a scanso di equivoci, non è vero sia stata basata su principi di equità, chi lo dice è in malafede e le lacrime da coccodrillo dell’ex-Ministro Fornero non fanno altro che aumentare questa consapevolezza. La Monti – Fornero si rifà ad una logica macabra, perché è collegata al concetto di vita attesa, direttamente basato sulla demografia. Infatti, la riforma permette il livellamento delle pensioni e il risparmio di tanti miliardi di euro. Peccato che, a fronte di un risparmio netto nel settore previdenziale, i giovani italiani vengano tagliati fuori dal mercato del lavoro (aumento età pensionabile significa meno opportunità) e da un diritto inalienabile e costituzionale: il diritto ad una vita dignitosa.