– DI MARIO CANDELA
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Nelle ultime ore, sugli organi di stampa e sui network media principali, l’argomento dominante è rappresentato dal paventato fallimento del Comune di Roma.
Le dichiarazioni, ai microfoni della radio “Mix24”, del sindaco di Roma, Ignazio Marino, non lasciano spazio a dubbi sulla gravità della situazione: “Da domenica blocco la città. Quindi le persone dovranno attrezzarsi. Fortunati i politici del palazzo che hanno le auto blu, loro potranno continuare a girare. I romani, invece, non potranno girare fin quando la politica non si sveglierà”.

Tralasciamo la gestione politica di tale problematica, per analizzare quali sono i fattori che hanno portato ad una situazione emergenziale finora sempre procrastinata, tornando all’anno 2008, con una giunta comunale guidata dall’allora sindaco Gianni Alemanno.
La soluzione adottata allora fu di conferire circa otto miliardi di euro di debiti, anteriori all’aprile del 2008, in una società creata ad hoc, definita bad company, per poi avviare la gestione con il bilancio in ordine.
Tale artificio contabile configura dei costi, coperti dalle imposte e dalle tasse dei cittadini romani; difatti, parte dell’addizionale comunale IRPEF di Roma, oggi allo 0,9%, è destinata a coprire i debiti pregressi con l’amministrazione centrale, mentre è stata creata un’addizionale commissariale di un euro sui biglietti aerei dei voli in partenza da Roma.

Dopo tali misure ci si aspetterebbe una gestione dell’amministrazione più oculata che in passato, al contrario oggi molti creditori restano da pagare, i costi gestionali e gli interessi sul debito sono cresciuti.
Roma Capitale, attuale denominazione del territorio comunale romano (Comune speciale, a partire dal 3 ottobre 2010), ha partecipazioni dirette in 21 società, tra queste ACEA S.p.A. e ATAC S.p.A., con un organico complessivo di circa 37.000 unità, a cui vanno aggiunte partecipazioni in circa 140 società.

Tali dati sono significativi per capire la reale “posta in gioco”.

Nel precedente decreto-legge “Salva-Roma” (d.l. 30 dicembre 2013, n.151) erano previste dismissioni societarie e la vendita di parte del patrimonio immobiliare, tutto ciò avrebbero depauperato il patrimonio di tutta la cittadinanza, con una contestuale, molto probabile, perdita di posti di lavoro.
Oggi il debito reale (al netto dei crediti, n.d.r.) ammonta a circa 8,5 miliardi di euro e c’è il bisogno di “salvare” Roma subito, poiché il debito non ha smesso di accumularsi nemmeno in quella che doveva essere la good company, cioè nella gestione ordinaria dal 2008 in poi.

Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, promette un decreto-legge già nella giornata di domani, contemplando anche le altre amministrazioni in difficoltà, in primis il comune di Napoli. Tuttavia, le soluzioni per tali sciagurate gestioni della cosa pubblica non possono rinvenire dalla decretazione d’urgenza e dall’aumento della pressione fiscale.
Nel caso romano già il partire da una razionalizzazione, irrinunciabile, della spesa pubblica, in modo da liberare le risorse appannaggio di una sparuta minoranza, rappresenterebbe una sorta di rivoluzione nella eterna “gestio” romana.