– DI LUCIANA TRANCHESE
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Una piuma sospinta da un vento improvviso può arrivare molto lontano in poco tempo. Una complessa e insostituibile combinazione di fattori rende possibile un viaggio inatteso e altrimenti impossibile come il suo, affidato alle leggi del caso. Un evento straordinario, quello che “malgrado le difficoltà insormontabili, tutti noi aspettiamo sempre…”.

Una piuma come l’esistenza umana, infinitamente più complessa ma in grado di correre lontano grazie a eventi imprevedibili. È questa l’idea che percorre l’ultimo lavoro dello scrittore e medico afghano Khaled Hosseini dal titolo “E l’eco rispose”.

Il romanzo s’inserisce nel solco tracciato dai suoi precedenti best seller: “Il cacciatore di aquiloni” (Edizioni Piemme, 2004) e “Mille splendidi soli” (Edizioni Piemme, 2007). Le origini di Hosseini, nato a Kabul ma andato via dal paese all’età di undici anni, segnano profondamente le sue storie. L’autore conduce il lettore per mano attraverso le strade di un piccolo villaggio afghano, lo introduce in un preciso quadro familiare per poi sconvolgerlo con violenza. La storia si apre con una fiaba raccontata da un padre ai due figli prima di addormentarsi. Un rito abituale che nell’autunno del 1952, nel villaggio di Shadbagh, diventa il preludio di un dramma. Il piccolo Abdullah e la sua sorellina Pari di tre anni, orfani di madre e legati l’uno all’altra da un amore profondo, si mettono in viaggio insieme al poverissimo padre Sabur sulla strada che da Shadbagh porta a Kabul. Un viaggio che susciterà un angosciante presentimento in Abdullah e che ben presto troverà fondamento. Sabur è costretto a separare per sempre i due fratellini, vendendo Pari a una ricca famiglia senza mai più poterne ricevere notizia. “Tagliare il dito per salvare la mano” ammoniva il triste racconto della buonanotte di Sabur ai due figli. Una complessa rete di fili tesse una trama che si dipana attraverso difficili scelte che da Kabul portano a Parigi, da San Francisco arrivano all’isola greca di Tinos, dal 1949 giungono a oggi. Man mano che la storia si snoda, le distanze si riducono e i legami sopravvivono all’effetto logorante del tempo. Chi conosce i romanzi di Hosseini sa quanto il suo Afghanistan non giaccia mai immobile sullo sfondo, ma reciti da protagonista, facendo mostra di imperiture tradizioni culturali e drammatiche vicende politiche, intrecciate inesorabilmente a quelle più intime dei personaggi. È soprattutto l’infanzia, accanto alla condizione femminile, a ottenere un punto di vista privilegiato nelle sue storie. Più volte, nel sensibile sguardo dei bambini si riflette un’immagine dell’Afghanistan distante da quella cui la storia recente ci ha abituati, filtrata attraverso i ricordi di infanzia dell’autore cresciuto lontano da quel suo paese martoriato dalla guerra. Le esistenze dei personaggi sono spesso sconvolte da una forza esterna, che sia la guerra o la misera condizione di vita familiare, che apre una profonda frattura, provoca una perdita di identità, costringe a un senso di colpa inesauribile. Qualcosa è messo in moto da dinamiche imprevedibili, da scelte che rimbalzano nel tempo e nello spazio, come un’eco. Nel suo ultimo romanzo, Hosseini mette in luce l’imprevedibilità di una vita che può riservare prospettive inaspettate, per quanto sia condizionata da scelte difficili e consapevoli. Non ci sono cattivi assoluti, ma solo figure umane tormentate dalle proprie colpe e ambivalenti nel loro modo di rapportarsi al mondo. Ancora una volta si intravede uno dei fili conduttori dei suoi romanzi: l’uomo che reagisce in diversi modi, alle varie forme di violenza.

“E l’eco rispose”, nonostante soffra talvolta di una certa “teatralità” e sia meno concreto e realistico dei lavori precedenti del suo autore, possiede una forza suggestiva prorompente, un delicato sottofondo poetico che accompagna la costruzione di un puzzle che solo una volta terminato può essere ammirato nella sua interezza.