– DI SARA RAMONA PELLEGRINI
sara.pellegrini@liberopensiero.eu

A quanti di voi sarà capitato di rattristarsi o, al contrario, sentirsi euforici dopo aver ascoltato un brano musicale? Nonostante la musica commerciale abbia dei tempi ristretti (un pezzo dura dai 3 ai 5 minuti) e sia spesso fatta di pochi accordi e note, il suono continua ad essere il mezzo di comunicazione più potente in natura. Quindi se restiamo sulla terra (sullo spazio non è possibile per mancanza di strumenti!), possiamo senz’altro utilizzarlo per fini terapeutici e riabilitativi. Il campo d’azione è vasto, si può agire sulle emozioni, sulla capacità d’apprendimento, sulla motricità, ecc… Gli incontri si svolgono in diade e in gruppo. Fondamentale, come in tutte le relazioni d’aiuto, è il rapporto che si crea tra il terapeuta e il paziente: un rapporto che si definisce nel corso di ogni incontro, e che è frutto della continua interazione tra i due. Ciò che più mi affascina di questo campo di studi, che tra l’altro fu oggetto di un esame ai tempi dell’università, è il ritorno al linguaggio non verbale. La parola è un utilissimo significante, ma limitato, poiché la sua gestione è lasciata nelle mani del paziente, il quale spesso la manipola e la distorce a suo piacimento. Ma i gesti non mentono, ed essi possono essere alimentati e ” risvegliati ” dalle note. Il concetto di “musicoterapia” fu introdotto da un medico-musicista londinese verso la metà del 1700. In Campania il suo sviluppo è legato allo psichiatra Miraglia, che la introdusse in quello che allora era considerato l’ospedale più importante del Regno delle Due Sicilie (anche perché l’unico), il Morotrofio di Aversa. A lui si riconosce il merito di aver introdotto nelle strutture manicomiali dei metodi meno restrittivi e coercitivi, restituendo ai pazienti un barlume di dignità e umanità. Dal 2005 sono stati introdotti dei corsi di specializzazione in vari conservatori lombardi e abruzzesi. È utile distinguere tra musicoterapia attiva (suonare) e musicoterapia passiva (ascoltare), e tra musicoterapeuta (che ha alle spalle un corso di laurea in medicina, psicologia o musica) e musicoterapista (che non ha pregresse esperienze accademiche). Non dimentichiamo che questa disciplina viene già ampiamente utilizzata per curare disturbi psichiatrici e neurologici. Insomma non resta che augurarci che si diffonda sempre più nei vari contesti di apprendimento, in modo che tutti possano farne uso e trarne beneficio. Buona musica a tutti!