– DI AGNESE CAVALLO
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Il titolo scelto è estrapolato dal discorso che Papa Francesco ha pronunciato, durante la visita agli immigrati e alla cittadinanza di Lampedusa, nel Luglio scorso. Purtroppo, è un’espressione che centra in pieno il problema dell’immigrazione e della difficile accoglienza. Siamo continuamente bombardati da notizie che ci raccontano di barconi ricolmi di gente, ammassata, che compie viaggi di giorni, durante i quali c’è una lotta continua alla sopravvivenza. Come il Papa ha ricordato, c’è una sorta di assuefazione al racconto di queste storie, alla vista di certe scene. Si è disorientati, combattuti tra il senso di compassione e di autodifesa. Immigrati che ci rubano il lavoro, che invadono le città, che arricchiscono le fila della criminalità. Pensieri che, spesso, diciamo a bassa voce o affatto, per il timore di sentirci ingiusti. Sappiamo di esserlo ma l’incapacità di arginare un problema così oneroso ci spinge a tenerci a distanza. Con la scusa di poter fare ben poco, si diventa man mano sempre più indifferenti, riducendoci a dire semplicemente: «poveretti!». Non basta, e Francesco ci ha ammonito a far di più, come il padre che rimprovera il figlio più fortunato perché non aiuta il fratello più debole nel momento del bisogno. Gli scrupoli di coscienza non bastano, l’immigrazione è diventata una piaga sia per chi la vive, sia per chi la subisce. Che fare, come comportarsi, quale sarà la politica migliore da attuare? Prima di giungere ad una soluzione “pratica”, basterebbe quantomeno iniziare un confronto. Paradossalmente, l’eccessiva informazione cui siamo soggetti, le continue notizie riguardo gli incessanti sbarchi di immigrati sulle coste siciliane, non ci toccano quasi più. È diventata routine. Come può la morte e la disperazione diventare normalità? Eppure, non ci sconvolge più. Anche noi siamo in crisi, pensare pure agli immigrati? No, grazie. Da qui la malsana convinzione che la maggior parte degli immigrati sia ignorante, sia uno sciacallo pronto a tutto, provenga da villaggi malfamati e, di conseguenza, sia culturalmente inferiore a noi. Spesso solo giustificazioni dietro una finta ignoranza, che tira fuori discorsi sull’incontrollabilità e pericolosità di un fenomeno che nemmeno si conosce. L’Africa è immensa e ogni Stato ha una storia, una cultura, così come ogni immigrato. Se ci si fermasse a chiedere ad un “vucumprà” da dove provenga, come sia giunto fin qui, cosa facesse nella sua terra di origine, forse saremmo più meravigliati e, probabilmente, imbarazzati per il loro coraggio e la loro dignità, che infastiditi e superiori. Sono persone che spesso hanno combattuto per la libertà, fuggendo regimi dittatoriali. Noi, con un governo subdolamente dittatoriale, che da più di vent’anni ormai non ha fatto altro che mangiare alle nostre spalle, non sappiamo nemmeno dire un semplice “basta!”; noi, quelli di cultura, che sanno fare grandi discorsi, che sanno condannare a voce questo e quel politico, non sappiamo nemmeno riprenderci la dignità. Si pensi quanta dignità ha dimostrato, durante la manifestazione contro la camorra in seguito alla Strage di Castelvolturno, la comunità di immigrati nel 2008. Quante volte in Italia? Ormai, ci hanno abbindolati bene. Pensare al superfluo, questo dobbiamo fare: c’è crisi ma tutti hanno l’iphone; c’è disoccupazione ma il settore del lusso è in ascesa; c’è alienazione, ma quanti social network sono nati?! Ognuno pensa a sé, questa è la vita dell’uomo moderno, vincente, pratico, che non si volta indietro, che va avanti, affanna pur di scavalcare gli altri. Perché oggi non vale più il detto “chi si ferma è perduto”, ma “scavalca gli altri, fai prima!”. Se si presenta l’occasione buttiamo all’aria i nostri principi perché “c’è crisi”, il compromesso è dovuto. Ci sentiamo superiori a chi oggi in Italia è un clandestino, eppure noi siamo clandestini in Patria. Popolo sovrano, forse una volta. Non c’è rimasto più nulla, nemmeno la solidarietà verso il prossimo. Non è possibile assistere ancora a scene di grande umanità e di grande indifferenza insieme. Come quella accaduta pochi giorni fa nel ragusano, quando la popolazione ha trovato e soccorso 13 clandestini, poi morti, mentre intanto c’era chi si allenava a jogging tra i cadaveri. Assistendo a questa scena, si prova vergogna per chi non ha nemmeno rispetto di un morto. Chissà se ci potrà essere mai un sano confronto culturale con il cosiddetto “diverso”… Ecco, cos’è la cultura? Noi che siamo culturalmente avanzati, ma lo saremo davvero? “Cultura: insieme di conoscenze che concorrono ad affinare le capacità cognitive di un individuo e delle norme sociali, delle conoscenze pratiche di un popolo in un determinato periodo storico”. Beh le capacità cognitive sono quelle che sono, se ancora non abbiamo prodotto un cambiamento politico radicale visti i bei risultati raggiunti; riguardo alle norme sociali e pratiche c’è ancora parecchia strada da fare, se non siamo capaci di un dialogo con chi è culturalmente diverso. Insomma, basta con questo senso di superiorità e di timore ingiustificati; superiori a chi, vista la situazione economico-politica che ci fa prendere in giro dall’Europa intera e timore di cosa, se nessuno ci ruba il lavoro! Perché se ti compri un iphone di 700 euro certo non vai a raccogliere i pomodori a 20 euro al mese al posto di un immigrato. La criminalità? Pensiamo prima a quella made in Italy. Start to think, please.

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