– DI LUCA MULLANU
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Negli ultimi giorni, sul web, è stata lanciata una notizia che riguarda la definitiva cancellazione nei programmi del Ministero della Storia dell’Arte. La notizia è falsa, ma verosimile. Proviamo a fare chiarezza: lo smantellamento della materia è già in atto da qualche anno. Il processo di cancellazione di cui si parla è cominciato con la riforma Gelmini, infatti, come spiega l’Associazione Nazionale dei Docenti di Disegno e Storia dell’Arte, l’approvazione di quella riforma ha portato alla soppressione dell’insegnamento in molti istituti professionali e licei. Cambiamenti si sono verificati nel nuovo istituto di Grafica e Comunicazione, nell’Alberghiero-Turistico, nell’Istituto di Moda, in quello di Tecnico dell’immagine fotografica e nel Turistico. In particolare, in quest’ultimo, la disciplina sopravvive solo nel triennio con due ore settimanali. Per quanto riguarda i licei come Scienze Umane e Linguistico, la materia resta solo nel triennio, al Liceo Artistico subisce la riduzione da sette a tre ore, mentre al Ginnasio del Liceo Classico la Storia dell’Arte sparisce.

Per farla breve, attualmente se la maggior parte dei giovani studenti italiani non è degnamente preparata sulla Storia dell’Arte, non ha colpa, ma la causa è da rintracciare nell’ottusità di una riforma che a suo tempo incise drasticamente diminuendo le risorse economiche destinate all’istruzione e su determinate materie di studio. Sebbene alcuni Ministri del Governo Letta (il Ministro Bray) si siano schierati a favore del ripristino delle ore contratte dalla riforma Gelmini, l’unica traccia che si trova in Parlamento a favore del potenziamento dell’offerta formativa è la proposta dell’emendamento Costantino (Sel), che ha accolto la petizione per il ripristino della Storia dell’Arte nelle scuole (Emendamento poi bocciato in data 31 ottobre 2013 ndr).

Non è cambiato nulla, quindi, da quella riforma Gelmini tanto contestata nelle scuole e nelle università. In realtà, l’orientamento del ministro berlusconiano era quello di ridurre l’insegnamento dell’Arte (e di tante altre materie come Educazione Civica, Diritto, Geografia e Storia) poiché tante ore comportavano anche l’impiego di molte risorse umane (e quindi economiche) per la didattica. Evidentemente l’ex Ministro (che poi è quella dei neutrini…) ignorava totalmente l’importanza rilevante che la cultura riveste per l’Italia, soprattutto con riferimento alle ricadute economiche che il suo insegnamento può generare.

Di conseguenza, in Italia, Paese dei Beni Culturali per eccellenza, non riusciamo a garantire ai giovani studenti una preparazione sull’enorme patrimonio artistico-culturale di cui godiamo. E se pensiamo all’impatto devastante che ciò può avere sullo sviluppo del senso civico dei cittadini, ci si rende facilmente conto che la situazione non può che peggiorare. Dal punto di vista occupazionale, poi, sembra che nessuno si accorga che con oltre 3.400 musei, circa 2.100 aree e parchi archeologici e 43 siti Unesco, l’investimento non potrebbe che portare risorse economiche e forza lavoro al Paese.

A testimonianza di ciò, la Strategia Europa 2020 (messa in atto per la crescita nell’Unione europea) mette in chiaro le potenzialità del settore della cultura per lo sviluppo economico ed occupazionale dei Paesi europei. La tendenza dell’Ue è chiara: risale a novembre la notizia dell’approvazione da parte del Parlamento Europeo del programma “Europa Creativa 2014-2020”, attraverso il quale si è scelto di destinare 1,46 miliardi di euro nel settore audiovisivo, culturale e creativo. Se si guarda poi ai dati, il ritorno economico degli asset culturali dei siti Unesco è maggiore ovunque tranne che in Italia, dove è di 16 volte inferiore agli Stati Uniti, 4 volte rispetto al Regno Unito e 7 volte rispetto alla Francia. Se affrontiamo, invece, il discorso degli investimenti nel settore, siamo ben lontani dagli spagnoli, che impiegano il 21% del loro PIL in turismo, arte e cultura, noi solo il 13%.

Non è difficile, allora, comprendere le cause della perdita di posizioni dell’Italia, che dal primo posto si classifica al quinto tra le mete turistiche preferite a livello mondiale dopo Francia, Spagna, USA e Cina. Un crollo devastante del nostro Paese, che perde risorse economiche come conseguenza di un’offerta turistica inefficiente, una preparazione scarsa e insoddisfacente rispetto agli altri Paesi del mondo. E, di questo passo, l’Italia perderà ancora più terreno se continuerà a non investire in beni culturali, turismo ed istruzione non sfruttando l’enorme patrimonio artistico a disposizione. Ma se il nostro Paese è quello dove un ministro dell’economia può permettersi di dire che “con la cultura non si mangia”, non stupiamoci quando saremo superati in classifica anche dal Kurdistan.