– DI SARA RAMONA PELLEGRINI
sara.pellegrini@liberopensiero.eu

Giornalisti si nasce, non si diventa. È più semplice di ciò che sembra. Il giornalismo è curiosità, intelligenza, spirito critico; vuol dire interrogarsi su quello che ci circonda senza dare mai nulla per scontato, non è riassumere quello che si vede e si sente, vuol dire pensare con la propria testa. Pensare è il più grande dono che ci sia stato donato e al quale non possiamo e non dobbiamo rinunciare. Chiudere la cronaca in una definizione, in un’idea, in un’istituzione vuol dire privarla di senso. Si fa giornalismo continuamente e costantemente, ma è difficile. È difficile essere dei giovani giornalisti. Si racconta sulla scia di emozioni che si vivono e che spingono la penna a dargli voce. Ma c’è sempre chi queste emozioni le vuole spegnere e catalogare. Questo si scrive perchè è giusto, quest’altro no perchè non è conforme a ciò che si dovrebbe scrivere. Allora io dico che bisognerebbe avere un pizzico di propensione in più a leggere tra le righe, leggere con il cuore e cogliere lo spirito e l’originalità di un concetto.Voglio essere ascoltata, voglio la voce per esprimere un mondo interiore così pieno ma così costretto che quasi impazzisco. La routine, la programmazione uccide qualsiasi slancio verso il futuro. Dateci spazio, dateci la possibilità di esporre le nostre idee. Ve ne prego. Diffidate di chi dice sempre sì, chi non contesta, non confligge con le idee correnti. Quello non è un giornalista, è un servo. È un metaracconto il mio. Scrivo di giornalismo. Un pensiero su ciò che significa fare giornalismo oggi per la mia esperienza. Un elenco di persone che dicono di essere giornalisti ma che in realtà non lo sono. Sono politici, opinionisti che si servono dei tuoi tasti per esprimere opinioni che non avrebbero il coraggio di esternare in prima persona. Cosa rimane allora della cronaca? Senza cronaca e imparzialità non c’è futuro né evoluzione, ma soltanto appiattimento e silenzio. Parlare, scrivere vuol dire lottare e battersi per non morire nell’immobilismo. Adesso mi sento meglio. Il valore terapeutico e catartico della scrittura non ha prezzo, è affascinante per chi legge; leggere deve essere un piacere, deve essere intrigante arrivare in fondo alla pagina per scoprire cosa c’è dopo ogni rigo. È magico, è questa l’essenza. Le potenzialità della comunicazione sono infinite. Per essere efficace deve toccare le corde giuste. Adesso mi blocco e conto i righi che mancano. Mi sento un mezzo fallimento mentre compio questo gesto ma è giusto scriverlo per essere il più realista possibile. Non voglio omettere nulla, non voglio apparire diversa da come sono realmente, voglio mostrarmi in tutto il mio, seppur tragico, realismo. La voce inconscia delle parole scritte e parlate dà senso alla vita. Siamo fatti di racconti, di narrazioni, di lettere che si compongono come puzzle per dare un senso alla nostra esistenza; tutto quanto viviamo è filtrato dalla cultura. Questo vuol dire che con la cultura possiamo cambiare il mondo. Non dobbiamo chiuderlo in una definizione restrittiva e angosciante, ma dobbiamo trasformarlo a nostro piacimento, senza alcun tipo di timore. Riconto i righi che mancano e poi lo rifaccio ancora. Sono distratta da altro. Mentre scrivo guardo un film romantico che ha per protagonista una giovane giornalista. Che combinazione, ci rifletto soltanto adesso! Adesso mia madre mi chiede del nostro cagnolino. Quanti stimoli diversi, quanti input ci provengono continuamente dalla realtà circostante. È meraviglioso. Mancano quattro righi alla fine, io e la mia stupida ossessione di non sforare: stupida insicurezza, tutto qui. Che bello pensare, che bello raccontare, che bello avermi dato questa opportunità. Ancora qualche parola e poi l’articolo sarà terminato, è stato più semplice del previsto terminarlo, si è ultimato da solo, pensate un po’.