– DI CRISTIANO CAPUANO
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Dal 24 settembre la città di Milano fa da palcoscenico ad uno spettacolo unico e prestigioso nell’ambito delle arti visive, che apre all’Italia una finestra su uno dei capitoli più intensi nella storia dell’estetica contemporanea americana. Palazzo Reale ospita nelle proprie sale oltre 50 capolavori provenienti dal Whitney Museum di New York che riassumono magistralmente la stagione dell’espressionismo astratto e dell’arte informale di marca statunitense.

Jackson Pollock, Mark Rothko, Willem de Kooning ed altri tra i più autorevoli rinnovatori dei canoni estetici della contemporaneità sono messi in mostra in alcune delle loro più intense produzioni.

Prodotta e organizzata da Palazzo Reale, Arthemisia Group e 24 Ore Cultura, la mostra è curata da Carter Foster, in collaborazione con Luca Beatrice, e patrocinata dall’Assessorato alla cultura del Comune di Milano e chiuderà i battenti il 16 febbraio 2014.

L’occasione, per il pubblico italiano, di gustarsi alcune tra le opere più significative prodotte oltreoceano tra la fine degli anni ’30 e l’inizio dei ’60, è del tutto unica ed offre una delle principali testimonianze di come quegli anni abbiano determinato la ribalta culturale, oltre che socio-economica, degli Stati Uniti d’America.

La parabola dell’espressionismo astratto è quanto mai figlia della propria epoca, un’epoca che si stava lasciando alle spalle i traumi della guerra e che vedeva in questi artisti lo strumento per ripartire ed affermare la propria impronta culturale in ogni dove. L’esperienza della pittura “d’azione”, infatti, oltre a rappresentare la prima grande manifestazione delle avanguardie del secondo Novecento, sarà quella che determinerà il definitivo spostamento del centro della cultura internazionale dalle capitali europee agli Stati Uniti, tanto che si arriverà a riferirsi a questa schiera di grandi interpreti dell’estetica moderna con il titolo di Scuola di New York.

Una Scuola formata da personalità eterogenee e polivalenti, accomunate dal desiderio di rottura, sperimentazione e ridefinizione degli statuti estetici; una volontà che si estrinsecherà, nella fattispecie, nel rifiuto dell’oggetto artistico convenzionale e proseguirà sulla strada tracciata alcuni decenni prima dagli sperimentatori dell’Astrattismo.

Il momento storico è maturo e propenso al cambiamento: la rottura definitiva, infatti, si manifesterà principalmente nei confronti di quella rigidità e quel rigore eretti a matrici degli stilemi di movimenti come il cubismo o il futurismo che avevano, ognuno a modo proprio, interpretato la realtà secondo gli schemi del meccanomorfismo e della cultura dell’industria pesante. Quella stessa industria che però, oltre ad aver gettato le basi per la nascita della società tecnologica moderna, aveva prodotto in serie gli armamenti bellici tramite cui il Novecento aveva visto infertasi una delle sue più insanabili ferite.

Serviva ora qualcosa di nuovo, qualcosa che si discostasse dall’oggetto pesante e che abbracciasse invece l’oggetto pensante, smaterializzato e concettuale, che si ripresenterà, in forme diverse, durante tutto il corso della seconda metà del secolo. Questa nuova “oggettualità” si lascia alle spalle la ponderosità per farsi più morbida e liquida, fluida nel suo scorrere in fiumi di quel colore che, a seconda degli interpreti, si manifesterà in energiche colate o ampie campiture.

Il gruppo degli Irascibili, così definiti dalle colonne del New York Herald Tribune, si forma nel 1950 in seguito ad una protesta scritta mossa nei confronti del direttore del Metropolitan Museum dell’epoca, Roland L. Redmond, reo di non aver preso in considerazione i protagonisti della nuova tendenza, in toto firmatari della missiva, in occasione di una mostra dedicata all’arte contemporanea americana. L’immagine simbolo della protesta sarà una ormai famosa fotografia scattata da Nina Leen, pubblicata da Life nel gennaio del ’51, che li ritrae in abiti da banchieri.

La sezione introduttiva della mostra di Palazzo Reale è appunto dedicata al racconto di questo evento, e alla contestualizzazione del movimento nel panorama socio-culturale americano di quegli anni.

Punta di diamante dell’intero corpus di opere presenti è Number 27 (1950) di Jackson Pollock, uno dei capolavori di quella piena maturità artistica che, dalla fine del 1946, attuerà una delle più grandi rivoluzioni tecniche dell’arte novecentesca: il dripping. Se alcune delle opere esposte presentano un Pollock ancora acerbo e prossimo ad influenze cubiste e vagamente surrealiste (tutte riconducibili alla fine degli anni ’30), lavori come Number 27, Number 17-Fireworks (1950) e un paio di Untitled in bianco e nero testimoniano il pieno raggiungimento della consapevolezza che l’Action Painting rivoluzionerà le metodologie di concepimento dell’opera d’arte, ponendo al centro di tutto il corpo e il movimento e abbandonando definitivamente il cavalletto a favore di una tela liberamente posta sul pavimento. L’innovazione del dripping e della pittura per sgocciolatura, che raramente mette in contatto il pennello con la tela, si inscrive in una linea di continuità nel discorso del diniego della forma e farà di Pollock una sorta di antesignano ideale di quei movimenti artistici eterei ed anti-oggettuali e antropocentrici, come la Performance e la Body art, che si affermeranno dagli anni ’70 in poi.

Non solo Pollock, però, nel parterre degli innovatori del canone estetico e della sperimentazione che Palazzo Reale ci offre. Grandi capolavori come Mahoning (1956) di Franz Kline e Door to the River (1960) di Willem de Kooning riempiono in maniera superlativa gli spazi della ricerca sull’espressionismo astratto, la cui pittura colante, grassa e multiforme ci si propone anche tramite i lavori di Sam Francis, Robert Motherwell, Helen Frankentaler, Adolph Gottlieb, William Baziotes, Alfonso Ossorio e gli echi surrealisti di Arshile Gorky.

Ma la parentesi, da un punto di vista fenomenologico, più interessante, oltre a quella del dripping, è senza dubbio quella di autori come Mark Rothko, Barnett Newman e Ad Reinhardt, preconizzatori, oltre che sperimentatori, di tendenze proiettate già ben oltre l’action .

Untitled (Blue, Yellow, Green on Red) (1954) di Mark Rothko e The Promise (1949) di Barnett Newman sembrano, infatti, già confinare il colore verso forme e geometrie più lineari, dirigendosi verso quel color field painting che raggiungerà la sua forma suprema nelle campiture di Ad Reinhardt e che chiuderà definitivamente la stagione dell’espressionismo astratto, proiettandosi verso la concettualità anecoica ed essenziale del minimalismo; testimonianza di come la parole fine, in qualche modo, fosse già stata scritta.

Pollock e gli Irascibili. In mostra a Palazzo Reale, Milano, dal 24 settembre 2013 al 16 febbraio 2014.