– DI DAVIDE GORGA
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Selma Meerbaum-Eisinger nacque a Czernowitz, in Bucovina, nel 1924. Dedicò la sua vita alla poesia e poesia fu la sua vita. Morì in un campo di lavoro, a Michajlovka, a soli 18 anni.

«Una vita» è la biografia che Francesca Paolino le dedica (Edizioni del Faro, Trento, 2013), affrontando una molteplice sfida, quella di raccontare non solo un’esistenza ma, anche, un momento storico, una poetica e una patria perduta particolarissimi, tanto nell’incanto quanto nell’atrocità dell’evoluzione storica. Per farlo, prende le mosse appunto dalla patria di Selma, la Bucovina, tratteggiata come una Arcadia perduta, sogno innato in tutti i suoi figli, incrocio e crogiuolo di etnie, religioni, culture diverse immerse in una pace idilliaca e occasione di reciproco scambio e arricchimento intellettuale e spirituale per tutti i suoi figli; Kronland dell’Impero Austriaco in cui Tedeschi, Rumeni, Slavi, Ebrei, Ungheresi, Moldavi, Ruteni, Russi davano vita a un dibattito culturale e artistico (ma innanzitutto umano) che poco o nulla aveva ad invidiare ad altre lealtà dell’epoca, tanto da meritare a Czernowitz, la capitale, il nome di “piccola Vienna”.

Lo spaccato che la Paolino ce ne offre con è vivido, esuberante, sognante – come quello di un ricordo e di una fantasia reali perduti e appunto per questo ancora più preziosi, memorie e istanze interiori di perfezionamento che sopravvivono alle ingiurie del tempo. Dolorose «come la spada di fuoco di un angelo alle porte dell’Eden».

Quando Selma nacque, il Tedesco, lingua del popolo, diffusa quanto lo Yiddish, scomparve dall’ufficialità – ma continuò a vivere. E fu proprio il Tedesco che accompagnò l’adolescenza della giovane e in cui decise di incidere le proprie liriche.

Selma nacque da Max e Frieda Schrager, in una famiglia ebraica di cui condivise la fede sino all’ultimo; perse il padre a solo due anni e, quando la madre si risposò con Leo Eisinger, andò ad abitare in un modesto appartamento, senza alcun comfort, solo una cucina e una stanza, con un tenore di vita che sfiorava l’indigenza – condizioni ben diverse da quelle del più noto cugino Paul Celan. Tuttavia, i suoi compagni di giovinezza ricordano perfettamente il suo entusiasmo, l’amore per la vita, la capacità di osservare oltre il contingente: «Vorrei vivere. / Guarda, che colori ha la vita! Quante meravigliose danze!» scrive in una poesia di dirompente forza – così come in «Stille», estasi sognante in cui colori, oggetti, scene quotidiane si trasfigurano in visioni angeliche, ultraterrene, risvegliate al canto dell’infanzia in un contrappunto di colori in cui il rosso poco per volta si tramuta in oro, simbolo regale, consapevolezza di una realtà accessibile ed eterna oltre l’apparenza.

Del resto, Selma non perdeva occasione per divorare libri, assetata di conoscenza ma, ancor più, di quella seconda vista che non l’abbandonerà mai, neppure nei giorni più tristi.

La sua irrefrenabile vitalità l’avvicinò al gruppo sionista Hashomer Hatzair, in cui poteva sia godere della vita all’aria aperta, sia approfondire le proprie conoscenze letterarie e filosofiche che erano l’anima del movimento, insieme alla conservazione dell’identità ebraica. Le escursioni nei boschi erano assai frequenti – e la Paolino ce ne restituisce un quadro assai vivido. Non era certo un’immagine frequente quella di ragazze che rinunciavano ad ogni imperativo della moda o della bellezza comunemente accettate per un sano e, spesso, rude ma autentico, contatto con la natura, cui Selma dedicò composizioni fresche e di prorompente bellezza.

Fu proprio durante le riunioni dell’Hashomer Hatzair che conobbe Leiser Fichman, da lei familiarmente chiamato “Leisiu”, un ragazzo che sognava la Palestina, mentre la giovane si struggeva per Czernowitz; un amore non corrisposto che la segnò a fondo.

Ma i giorni della giovinezza stavano per terminare, tanto per Selma quanto per l’Hashomer Hatzair, dopo l’inizio della Seconda Guerra Mondiale e l’avanzata delle truppe naziste.

È in questo contesto che vede la luce «Colori», in cui il gioco delle lanterne di Channukkah tra la neve, nell’avvicendarsi onirico di colori irreali, si alterna a simboli d’innocenza e d’inquietudine, nel mondo ancora una volta trasfigurato dalla musica bianca della neve. Ed è proprio in questa capacità di osservare gli eventi oltre l’immediatezza, oltre il dato sensibile, che consiste la grandezza e la spontaneità della poesia di Selma.

Dopo la politica ambigua di Carlo II, in Romania, di cui ormai la Bucovina faceva parte sin dal 1924, l’Unione Sovietica annesse il Paese, istituendo un regime dittatoriale: iniziarono le deportazioni degli oppositori ed il Russo divenne la lingua ufficiale; di lì a breve, sopraggiunse nel 1940 la dittatura di Ion Antonescu, che ridusse la monarchia a un ruolo cerimoniale e ininfluente nella vita politica. Nell’estate del 1941, alleatosi alle potenze nazifasciste, Antonescu introdusse le leggi razziali e le violenze antisemite cui Selma aveva assistito sin dall’infanzia si trasformarono in una persecuzione senza precedenti. La sinagoga di Czernowitz fu data alle fiamme.

Selma osservava, dilaniata, e non cessava di cercare nella poesia – e nella natura, porta d’accesso privilegiata al senso ultimo della vita e dell’angoscia così come della gioia – il senso della storia: «E tu? Sai dire come grida un corvo? Come la notte, pallida e atterrita, non sappia dove rifugiarsi?»

Deportata nel ghetto con la sua famiglia, la ragazza riusciva ancora a vedere una «Vita splendente, rovente, fragorosa (…) Fresca e silente come un lago del Nord / scintillante e morbida come l’ultima neve.»

A stento salvata dalla deportazione grazie agli sforzi del sindaco di Czernowitz che fece quanto in suo potere per salvare il maggior numero di ebrei, infine Selma, dopo un fallito tentativo di fuga durante il quale si ruppe una gamba, intraprese anch’essa il viaggio verso la Transnistria, in un campo di lavoro, in cui le privazioni conducevano inesorabilmente alla morte, per inedia o per fucilazione quando i deportati non si dimostravano più in grado di lavorare, nel 1942. Le testimonianze dei suoi ultimi mesi di vita ci provengono dall’artista Arnold Daghani, miracolosamente scampato al massacro.

Eppure, in quelle circostanze, nonostante la sofferenza, a Selma mancavano i pomeriggi di musica trascorsi insieme alle amiche, il silenzio. Il suo spirito non venne a mancare: leggeva Tagore e avvertiva la disperazione nelle notti «indicibilmente chiare e bianche».

Infine, il 16 dicembre 1942, Selma dovette arrendersi al tifo che dilagava nel campo. Morì a soli diciotto anni, vittima della guerra, dell’odio, della cecità degli stessi uomini cui avrebbe voluto regalare la sua stessa seconda vista.

Le poesie di Selma, da lei stessa raccolte sotto il titolo di «Florilegio» e dedicate all’amato Leisiu, furono pubblicate postume nel 1976 a Tel Aviv.

La biografia di Francesca Paolino incede con tono vigoroso ed essenziale, in un’unità di ricostruzione storica, personale, poetica, in cui i simboli ed il mistero di una vita riecheggiano un’epoca, restituendoci il calore e l’essenza della persona (e della sua poesia, parte inscindibile dell’essere), addentrandosi nei meandri del suo animo senza mai perdere il quadro d’insieme che diviene lo sfondo in cui si svolse quest’esistenza sfolgorante di vita e gioia – anche nella più profonda oscurità. In questo incedere quasi micheletiano spiccano sia l’introspezione sia la cura di una ricerca storica meticolosa e puntuale, che rendono Selma una presenza vivida e lucente, e, in un mondo votato alla morte, un inno alla vita.