– DI DAVIDE GORGA
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Riportato agli onori della cronaca, dopo un lungo periodo di oblio, dalle trasposizioni cinematografiche delle sue opere più note ad opera di Peter Jackson, John Ronald Reuel Tolkien appartiene a quella ristretta cerchia di autori che non si limitano ad eccellere in un campo artistico ma ne ridefiniscono il concetto e la natura stessa, eviscerandone il nucleo vitale. Così come la poesia (e la prosa) non saranno più le stesse dopo Rimbaud, ugualmente le fiabe non si sono più potute esimere dal farsi portatrici di rivelazione di un mondo da cui scaturiscono, differente da quello della quotidianità o della storia ma, del pari, intimamente coerente e in una certa misura autonomo rispetto a queste.

Se il mito astrae e divinizza, la leggenda rielabora la Storia attraverso l’inconscio collettivo, e la Storia stessa, per rimanere tale, deve ad un tempo liberarsi della leggenda ed immergersi nel sentire di un movimento e di un dialogo costante tra passato e futuro – gravido di aspettative, culture, passioni e tormenti – la fiaba si pone quale sub–creazione, in cui la fantasia creatrice dell’essere umano si rispecchia nella propria origine e ne riverbera la verità intrinseca. È ben vero che la creazione letteraria è sempre finzione ma, ci avverte Tolkien, nella fiaba, genere letterario a sé stante, non è lasciata al libero arbitrio dell’autore. Ponendosi all’interno del genere fantastico si distacca da altri lavori di natura simile, quali la ghost–story o il racconto soprannaturale. In questi, secondo il dettato di Coleridge, si assume vi sia una “momentanea sospensione volontaria dell’incredulità”, per cui ciò che normalmente non accetteremmo come reale viene preso come tale all’interno della storia; questo non sfugge alla coerenza che caratterizza il lavoro letterario. Poniamo il caso di un racconto di Hodgson in cui misteriosi esseri provengono dal mare provocando terrore e morte su una nave alla deriva: questi devono essere per forza esterni alla nave, devono operare secondo modalità precise, secondo le possibilità concesse loro dall’autore. Così avviene, infatti, per la realizzazione di un bel racconto del terrore («La nave fantasma») per il godimento del pubblico. Non è tuttavia chiarito né, tantomeno, ritenuto necessario ipotizzare, quale sia l’origine, la storia, l’evoluzione o la natura di questi esseri che si trovano immersi in una sorta di limbo atemporale: esistono e non esistono, sono e non sono; scolpiti nell’istante dell’azione non hanno un retroterra o una ulteriore storia da raccontare ed appagano il senso del mistero e del terrore necessari al dipanarsi della trama. Ben diverso l’atteggiamento di Tolkien, per cui l’autore, nel momento in cui si pone all’opera, essendo egli un essere creato, a sua volta pone in essere una sub–creazione, ossia forgia un mondo vero e proprio con una propria storia, proprie leggi, proprie particolarità. Ed all’interno di questo mondo non vi è bisogno di alcuna “sospensione dell’incredulità” poiché ciò che vi è narrato è, al contempo, assolutamente vero (almeno per quel mondo). Impostazione molto più ferrea e incantata, in cui la sub–creazione produce una “Realtà Secondaria” i cui effetti sono infinitamente più potenti.

L’atteggiamento di Tolkien è palese forse più in ciò che non ha pubblicato che in quanto ha dato alle stampe: negli scritti preparatori per «Il fabbro di Wootton Major» vita, eventi, parentele di personaggi (anche minori), evoluzione delle dinamiche sociali ed economiche sono indagate nei minimi dettagli. L’obiettivo dell’autore, non di rado paragonato da Tolkien ad un mero scopritore di storie (o di viaggiatore attraverso mondi che attraversa e descrive e che in qualche modo preesistono alla stesura della narrazione) è quindi quello di riportare alla luce un Mondo Secondario, differente dal nostro ma comunque perfettamente autonomo ed autosufficiente. Non solo. In esso il lettore deve poter accedere, scoprire meraviglie e incanti che oltrepassino anche l’enunciazione dell’autore. Lecito quindi domandarsi se un tale universo non abbia una qualche realtà, in quanto, in ultimo, svincolato dal suo autore, che non ne è mai padrone ma solo scopritore e narratore. A questo, Tolkien rispondeva: “Se quindi egli consegue una qualità che può ben essere sintetizzata dalla definizione da dizionario «intima consistenza della realtà», è difficile concepire come questo possa accadere, se l’opera stessa non partecipa in qualche modo della realtà. (…) Ma nella «eucatastrofe» scorgiamo in una fugace visione come la risposta può essere più ampia: può essere un bagliore o un’eco distanti dell’evangelium nel mondo reale.”(1)

Punto cruciale della concezione della fiaba, quindi, diviene il confronto con un universo che vive di vita propria, con un suo respiro, un suo battito, una sua storia che procede anche indipendentemente dal fautore o, meglio, narratore. L’autore diviene un tramite, un veicolo per portare nella nostra Realtà Primaria ciò che ha incontrato nel suo viaggio attraverso la Realtà Secondaria.

Del resto, Tolkien non ha mai nascosto la propria avversione per l’uomo moderno ed il tanto decantato “homo faber”, sfruttatore – e non rispettoso amministratore – di un mondo sempre più inquinato, devastato, schiavo della rivoluzione industriale e di una logica capitalistica che vede nel profitto, nella massificazione, nella riduzione a semplici oggetti esseri viventi quanto miti, fiabe e leggende (e quindi nel rigetto della fantasia creatrice) l’unico motore della storia e non a caso il suo ultimo racconto, «Il fabbro di Wootton Major» rimanda al termine latino equivalente di “fabbro”, dal duplice aspetto: forgiatore di mondi oppure distruttore (“fabri”, nel gergo militare, erano i guastatori).

Come se il mondo dovesse essere risanato dal necessario scambio con una dimensione che inevitabilmente individuava anche in ottica religiosa, in quanto l’essere umano, creato ad immagine e somiglianza di Dio, non poteva che ritrovare nella creazione simbolica (sub–creazione distinta da quella del mondo materiale) la propria fonte di riscatto, di riscoperta della propria natura più intima, quasi in uno specchio via via sempre più nitido in cui riconoscere la propria natura eterna.

Del resto, la Storia stessa si impernia, nei suoi momenti cruciali, in archetipi che vanno oltre il mondo psichico, istanze irrinunciabili dell’essere. Non a caso, nella sua opera più famosa, «Il Signore degli Anelli», l’assedio di Minas Tirith e la figura di Éowyn risuonano come un’eco dell’assedio di Orléans e dell’epopea di Giovanna d’Arco; non semplici citazioni ma figure intessute nella radice che accomuna i due Mondi, nella essenza stessa del riscatto dell’uomo dall’uomo stesso e dalle proprie catene, “Evasione” del prigioniero dal carcere di illusioni svilenti e banalizzanti, rovesciamento inaspettato delle sorti a dispetto di ogni previsione logica in nome di una logica sovraordinata, vittoria strappata agli artigli della sconfitta: “nella «eucatastrofe» scorgiamo in una fugace visione come la risposta può essere più ampia: può essere un bagliore o un’eco distanti dell’evangelium nel mondo reale.”(2)

1) John R. R. Tolkien – «Sulle fiabe» ne «Il medioevo e il fantastico», 2003 Milano, RCS Libri, pagg. 227,228
2) ibidem