– DI DAVIDE GORGA
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La musica della pioggia sulla città, il suono delle campane, il canto dei giorni andati nella melodia dell’autunno, i suoni della vita lontana ed il pianto del vento a presagire folletti inquietanti tra l’erba nera. L’universo intimo, familiare, folklorico e fantastico che si dispiega senza soluzione di continuità dinanzi allo sguardo che scorge in trasparenza l’unità del sensibile e della natura più profonda del mondo. Le barriere con cui siamo soliti recintare la nostra esperienza si dissolvono come un artificio razionale che svanisce ad uno sguardo acuto, inquieto di un animo alla ricerca incessante del rispecchiarsi dell’interiorità nella realtà d’ogni giorno, solo in apparenza banale, solo ad uno sguardo superficiale prosaica e priva di significato.

Paul Verlaine (1844 – 1896), salutato come caposcuola del Simbolismo, sebbene abbia sempre rifiutato ogni tipo di paternità di qualsiasi genere letterario, poeta francese che ha segnato un’epoca ed ha influenzato generazioni di artisti (tanto nelle lettere quanto nella musica), rimane una figura emblematica e del tutto singolare nel panorama artistico. Dopo un esordio nelle file dei Parnassiani, se ne distacca ben presto per dare voce alla propria, personalissima vena poetica. L’incontro con Arthur Rimbaud, fautore di un rinnovamento totale della poesia e dell’arte, cui si accompagnerà in un rapporto burrascoso per diversi anni, fino a seguire l’amico e compagno sino a Londra e in Belgio, segnerà il suo definitivo distacco dalla poesia accademica (di cui si trovano i primi accenni, peraltro, anche antecedentemente, nei «Poèmes saturnies» del 1866). È in questo periodo di rinnovamento ma di continue inquietudini (da Rimbaud immortalato, insieme al proprio tormento interiore, in «Una stagione all’inferno») che Verlaine, attraverso l’incontro, lo scontro (con sé stesso oltre con con Rimbaud, che ferirà lievemente ad un polso, venendo condannato a due anni di carcere) ed il confronto, approderà alla maturità artistica.

“La musica prima di tutto”, esordisce in «Art Poétique», condensando in un verso l’essenza della propria poetica – che rifugge la rima ad ogni costo, il significato proprio della parola a favore di una connotazione personale e particolarissima, il rifiuto dei significati precisi a vantaggio dell’espressività in cui l’artista diviene padrone della lingua e non più schiavo di regole precostituite, sino a coniare nuove grafie , nuove sonorità, nuovi metri, come nella più celebre delle sue poesie, «Chanson d’automne», in cui le sonorità ripetute, insistite, le novità ortografiche, i versi spezzati, singhiozzanti come l’anima del poeta, smarrito in un autunno più interiore che reale, trasportano in un sogno di rêverie malinconica, dolore e tristezza, in cui persino il vento diviene ostile, da cui le ferite del cuore sfumano nell’incertezza del destino, che trascina la vita così come una foglia morta alle soglie dell’inverno.

Et je m’en vais
Au vent mauvais
Qui m’emporte
De ça, delà,
Pareil à la
Feuille morte.1

È in questa malinconia, prettamente personale, che si ritrova la grandezza del poeta: cantore dell’unicità, della solitudine che raramente esprime i contorni di una rivolta esplicita e che, al contrario, si appunta all’unicità irripetibile della strada attraverso il mondo, che si ritrovano sia la modernità, sia, soprattutto, la grandezza di Verlaine. Poesia intimista, quindi, ma non solo. Soprattutto, ricerca assidua e triste (ma mai disperata) del senso della vita nell’interiorità, misura e fonte da cui attingere per raffrontarsi col mondo e con la vita.

Interiorità, del resto, sempre dilaniata tra l’aspirazione all’ideale e il tormento che trascina nel destino stanco dell’abbandono. Da un lato, il desiderio, il sogno di una vita familiare tranquilla e felice, insieme alla moglie, Mathilde Mauté, già cantato in «Mon rêve familier͙» e ripreso nella raccolta «La bonne chanson»; dall’altro, la sottile consapevolezza di un mondo oltre il sensibile, raggiungibile unicamente verso l’arte, la potenza delle parole non tanto quanto fonti di visioni folgoranti (come in Rimbaud) quanto nel disegno accennato, sospirato, intriso di malinconia di una musica (non a caso, una delle principali raccolte s’intitolerà «Romances sans paroles») che non inizia e non finisce, presente nel cuore dell’uomo ed in grado di parlargli, sussurrargli e spalancare le porte della realtà autentica, al di là del fenomeno, di cui si è sempre sentito parte e, in confronto alla quale, ogni evento della vita (e, forse, della banalità quotidiana) scoloriva come un colore troppo acceso destinato a sbiadire: «Non il Colore, nient’altro che la Sfumatura», scriveva sempre in «Art Poétique», quasi a scorgere l’essenza nella mutevolezza continua, nell’assenza di verità assolute (o pretese tali), in una continua ricerca.

Croce e delizia dei traduttori, Verlaine ha lasciato capolavori d’inventiva, di sensibilità, di padronanza del metro piegato ad ogni esigenza espressiva come mai prima d’allora e, soprattutto, di evocazioni tramite simboli e vocaboli sottratti al senso comune per disegnare – nella musica del mondo – i panorami esteriori e interiori di un’anima sempre scissa tra la ricerca dell’Assoluto e il sogno di una sempre anelata vita felice, di una famiglia e di una serenità mai raggiunte (divorzierà dalla moglie nel 1885).

Il pleure dans mon cœur
Comme il pleut sur la ville;
Quelle est cette lengueur
Qui penètre mon cœur?2

A differenza del compagno di avventure e di poesie Arthur Rimbaud, che cercherà di oltrepassare i confini dell’apparenza, della quotidianità, con un ricerca affannosa e senza requie del significato ultimo, fino a folgorare Paul Claudel ed distrarlo dal materialismo che aveva sempre professato (Claudel si convertirà successivamente al Cattolicesimo), Verlaine cercherà di assaporare, intuire, indagare l’essenza del mondo e dell’esistenza umana nelle esili tracce che contano in un mattino, nei suoni dell’inverno, nella pioggia – messaggera fra terra e cielo – ponendosi in ascolto di quella musica che attraversa il creato e che si manifesta in leggeri sussurri, in paesaggi trasfigurati per chi ha ancora cuore di vederli ed udirne il canto dell’anima.

Incoronato «Principe dei poeti» nel 1894, forse condannato dalla sua stessa ricerca senza requie, morirà, povero e alcoolizzato, nel 1896 a Parigi, lasciando capolavori ineguagliati per sensibilità, padronanza del verso, della parola poetica – e della musica – ineguagliati.

1) «Chanson d’automne» – da «Poèmes saturniens»
2) Da «Romanc es sans paroles» – “Ariettes oubliées», III.