– DI LUCIANA TRANCHESE
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«Quando Gregor Samsa si svegliò una mattina da sogni inquieti, si trovò trasformato nel suo letto in un immenso insetto. Era disteso sul dorso duro come una corazza e, se sollevava un poco il capo, scorgeva il proprio ventre convesso, bruno, diviso da indurimenti arcuati, sulla cui sommità la coperta, sul punto di scivolare del tutto, si tratteneva ancora a stento. Le numerose zampe, miserevolmente sottili in confronto alle dimensioni del corpo, gli tremolavano incerte dinanzi agli occhi. »

[Franz Kafka, La metamorfosi e tutti i racconti pubblicati in vita, traduzione di Andreina Lavagetto, Feltrinelli, 1991.]

A distanza di quasi un secolo dalla pubblicazione sulle pagine del mensile letterario tedesco Die weißen Blätter (I fogli bianchi, 1915), il celebre incipit del racconto La metamorfosi (Die Verwandlung) di Franz Kafka riesce ancora a infondere un intimo senso di smarrimento e a convogliarlo in un crescendo di emozioni sempre diverse.
L’intera Opera kafkiana si contraddistingue per uno stile conciso e oggettivo, per l’assunzione di un punto di vista spesso distaccato e asettico che affiora attraverso situazioni quotidiane dagli aspetti grotteschi e strani, non privi di celati riferimenti autobiografici che sovrappongono l’identità dei protagonisti a quella dell’autore: si pensi al Josef K. nel romanzo Il processo o al K., protagonista de Il castello.

Ma la sua produzione è valorizzata da implicazioni allegoriche talvolta indecifrabili. Una scrittura metaforica ed enigmatica, simile a un’inquietante visione onirica di difficile interpretazione, in cui si resta sospesi tra le parole non dette. Kafka più volte rivela una sensibilità non comune, che attraverso le atmosfere claustrofobiche dei suoi racconti, si predispone alla rappresentazione della crisi dell’uomo all’inizio del XX secolo, ormai inserito in un clima di sviluppo economico intenso.

Agli inizi del Novecento, Praga, la città in cui si compì la sua formazione, si presentava come un importante crocevia culturale e come un centro di forti tensioni etniche e sociali, che contribuirono ad acuire in lui, boemo di lingua tedesca e origine ebraica, un profondo senso d’isolamento espresso in una vocazione letteraria della quale non riuscì mai a fare una solida professione.
Alla sua morte fu l’amico e scrittore Max Brod a curare le edizioni a stampa dei suoi manoscritti, non ottemperando alla richiesta di distruggere tutto ciò che rimanesse dei suoi testi narrativi.
A Brod si deve la conoscenza di diverse opere kafkiane rimaste incompiute, tra cui i celebri romanzi Il processo (Der Prozess, 1925), Il Castello (Das Schloß, 1926) e America, oppure Il disperso (Amerika, oppure Der Verschollene, 1927).

Riferimenti fondamentali per l’analisi della sua scrittura sono gli scambi epistolari con Felice Bauer e Milena Jesenská, oltre alla preziosa Lettera al padre (1919) che indirettamente fornisce una parziale chiave di lettura delle sue opere. Quest’ultima, anche se mai giunta al destinatario, è, infatti, una profonda e accorata confessione indirizzata all’autorevole figura paterna, che mai aveva incoraggiato le ambizioni letterarie del figlio.
Kafka indaga, attraverso un atto d’accusa e una dichiarazione di poetica, il suo contrastato rapporto con il padre, presenza ingombrante nella sua vita e perfetta incarnazione dei valori borghesi del suo tempo, esprimendo la propria angoscia nel dover affrontare una lotta impari e impostata su una reciproca incomunicabilità.

Nelle sue storie, tra le quali si ricordano i racconti La condanna (Das Urteil, 1912), Nella colonia penale (In der Strafkolonie, 1919), Davanti alla legge (Vor dem Gesetz, 1915, contenuto anche ne Il processo), Un medico di campagna (Ein Landarzt, 1916 -1917), ricorrono tematiche e riflessioni che ancora stupiscono per la loro attualità.
Il senso di colpa e l’inevitabile condanna che perseguitano i suoi protagonisti, vittime di una realtà dominata da meccanismi misteriosi e imperscrutabili, riflettono le inquietudini del non aver mai saputo scegliere definitivamente tra attività letteraria, considerata da Kafka la propria ancora di salvezza, ed esistenza quotidiana in un mondo borghese opprimente, ipocrita e perbenista, incapace di appagare una mente come la sua, tesa a voler manifestare liberamente la propria estraneità nei confronti del mondo.

Nel racconto La metamorfosi gran parte delle suggestioni kafkiane assumono forma concreta e allucinante.
L’identità socialmente accettabile di Gregor Samsa viene meno nello scoprire di aver assunto le sembianze di un enorme insetto, ma di aver conservato facoltà mentali che gli altri non possono più comprendere.
Il rifiuto e il disgusto provati dai suoi familiari per la nuova condizione di Gregor, lo costringono a rintanarsi nella solitudine della propria stanza, simbolo di un’intimità in cui trascorrere una nuova esistenza, convenzionalmente inammissibile, dalla quale non può venire fuori senza rischiare di perturbare gli equilibri esterni; l’unico luogo in cui Gregor possa esprimere la sua natura, in libertà ma nella condizione di mostro.
Alla scoperta della sua metamorfosi si dimostra angosciato per l’impossibilità di adempire i propri doveri lavorativi e familiari, nutrendo un senso di colpa proporzionato al giudizio di condanna da parte della sua famiglia, che pesa su di lui come un macigno.
Sullo sfondo di un ambiente familiare soffocante, che giocò un ruolo determinante nell’esperienza biografica di Kafka, il grande scrittore boemo si inoltra in una critica all’intero sistema di rapporti umani.
L’incapacità di accettare la diversità, rappresentata da una mostruosità latente, che consente invece a Gregor di sentire più intensamente i propri istinti e le proprie emozioni, nasce dal timore di rompere con una società totalizzante, che si tiene ben salda ai suoi pregiudizi e in cui non c’è spazio per voci fuori dal coro.