– DI RAFFAELE RUSSO
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“Una volta mollata l’anima, tutto segue con assoluta certezza, anche nel pieno del caos. Dal principio non fu mai altro che caos: un fluido che mi avviluppava, e io vi respiravo per branchie*”

Un intreccio tra autobiografia e filosofia, dove il sesso incontra Dio e la morte incontra la rinascita. Miller ci presenta se stesso come uomo tra milioni di scheletri con ancora la carne attaccata alle ossa. Un uomo che vive giorno per giorno, che non trova senso nella lotta, non trova un senso in nulla poiché continua a vivere un’esistenza che non aveva e non avrebbe mai chiesto. Ci racconta del suo odio verso l’America, anzi del “sogno americano” basato sul capitalismo e sul materialismo. Però Miller perseguirà sempre la ricerca del vero “sogno americano” e ne troverà un frammento solo a Parigi, come molti altri autori americani del primo novecento.

Miller ci immerge tra parole forti, scritte in maniere rapida e nervosa e soprattutto scritte come medicina per espellere il veleno iniettato dal mondo, e situazioni eccessive, dove il sesso fa da padrone, che indugiano nell’oscenità più libera e nel macabro più angoscioso. Ma il sesso per Miller è un momento visionario, ed è per questo che le “oscenità” descritte si trasformano in un clima illusorio dove potersi rifugiare dallo squallore della vita. Soprattutto, per lui la spiritualità è fisica, quindi l’atto sessuale è un modo di raggiungere quella verità tanto cercata.

Ma non bisogna soffermarsi solo sul “Miller osceno”, bisogna integrarlo in una società allo sbaraglio (è il periodo del crollo di Wall Street) dove l’uomo si è perso e mette in scena la follia, non comprendendo che la ragione è sempre minacciata dall’errore. Questo errore ormai domina la società, che ci viene presentata in varie sfumature, e si riflette sullo stesso autore, che cerca di sfuggire da esso e formarsi come scrittore e soprattutto come uomo su valori e ideali diversi da quelli del popolo americano, ma la metamorfosi si completerà solo nel libro successivo (Tropico del Cancro).

Ritroviamo anche del tenero, soprattutto quando ci racconta della sua infanzia. In questi suoi ricordi paragona la fanciullezza al segale, semplice e delicato e sostiene che la lucidità appartiene solo al bambino. Con l’avvento del “processo automatico” dell’età adulta perdiamo questa lucidità e non riuscendo più a valorizzare cose semplici come il “sour rye” ci attacchiamo a cose effimere, che ci abbagliano e ci fanno sbandare alla prima curva della realtà.

Per ritornare ad essere lucidi bisogna morire spiritualmente per poi rinascere, bisogna uccidersi e ricomporre sé stessi. Quindi la fine è solo l’inizio come suggerisce Miller concludendo questo libro con le seguenti parole: “Domani, domani…”

* Henry Miller, Tropico del Capricorno, Feltrinelli, 1961