– DI SUNDRA SORRENTINO
sorrentino.napoli@alice.it

Un uomo e il suo destino. Un uomo che fu, ma non è. Alla fine del romanzo, Mattia non è neanche più un nome. È un’entità sospesa tra la vita e la morte, tra l’essere e il non essere. Il graduale annullamento della personalità è il tormento dell’intero capolavoro pirandelliano, che si trasforma in un punto interrogativo i cui contorni vanno delineandosi tramite un processo lento e ordinato. E non rimane altro. E vi sembra poco? Il punto di domanda apre il sipario all’eterno spettacolo dell’incertezza.

Mattia Pascal è un bibliotecario dalla vita matrimoniale infelice, a causa, soprattutto, della presenza ingombrante di sua suocera, la Vedova Pescatore, donna irascibile, che, tutta presa dal desiderio di un matrimonio vantaggioso per sua figlia, non fa che denigrare suo genero. L’unico conforto viene al protagonista dalla dolce presenza di sua madre e della sua neonata, che però, la morte, avrà la crudeltà di rapire nello stesso giorno. Mattia diviene quasi folle dal dolore. Aumenta in lui il desiderio di rifuggire da una vita che non gli appartiene, in cui non c’è più “né probabilità né speranza di miglioramento”, in cui avrebbe dovuto vivere da estraneo nella sua stessa casa, tra sguardi ostili e sprezzanti mormorii. Mattia Pascal decide di partire. La vita gli risponde, dopo qualche giorno. Un articolo di giornale attira la sua attenzione. “Rinvenuto un cadavere nel podere della Stìa, a Miragno. Si tratta del bibliotecario Mattia Pascal”. Il cadavere di un suicida lo ha salvato, lo ha liberato. E così, mentre tutti lo credono morto, Mattia ha la possibilità di assaporare la libertà.

Mattia non esiste più, la sua vita-fallimento non esiste più, niente più problemi economici, familiari, personali. Il fardello del passato, che, plumbeo, gravava sulle spalle del protagonista, è nel molino della Stìa, riposa nell’ultimo respiro del cadavere rinvenuto. Mattia deve reinventarsi. Creare un uomo nuovo. Innanzitutto deve darsi un nuovo nome, che sveli la sua nuova identità, che faccia da superficie ad una personalità che chiede continuamente di emergere. Una nuova, pronta risposta alla domanda “Chi sei?”. Adriano Meis, la cui unica direzione possibile è quella dritta davanti a sé, per cui l’unico tempo possibile è il presente, l’unico rifugio una città nuova, che non gli ponga domande: Roma. Fra tanti forestieri, Roma, non farà caso a lui. Ma lui… lui dovrà necessariamente far caso a se stesso, alla sua condizione di “forestiere della vita”. Ed è Roma a svelargli il senso di tutto. Gli svela che la fantasia non può sostituire la memoria, che i ricordi esistono, e non possono essere reinventati. Che l’apparenza e la realtà si confondono spesso, ma che, qualche volta, rimangono inconciliabili, nella loro nature, ontologicamente, così distanti. Che non basta cercarsi un nome nuovo, e cambiare look per rinascere. Che la vita, come il suo occhio affetto da strabismo, guarda dove vuole, non si lascia imporre nulla, nel suo interminabile fluire dinamico e mutevole. La dicotomia apparenza – realtà, diviene il perfetto filo logico del romanzo, il cardine della visione dell’autore, che si fa spazio nell’opera. La nuova libertà, data dalla perdita delle certezze più scontate, è solo apparenza. Essa è bella e tiranna. È condanna alla solitudine. A Roma, Mattia Pascal, si rende conto di essere diventato l’ombra di un uomo che non esiste. Non è un uomo libero, se non può “comprare nemmeno un cagnolino”. La libertà ideale diventa prigione reale. Le catene che credeva di aver spezzato, diventano ancor più soffocanti, e la smania di libertà, piuttosto che essere placata, diventa l’ennesimo fallimento.

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