– DI LUCIANA TRANCHESE
luciana.tranchese@liberopensiero.eu

In una società che si ritiene in costante evoluzione e rinnovamento sono richieste importanti capacità di adattamento anche nei mezzi di comunicazione, spesso in grado di oltrepassare i limiti imposti ai propri specifici campi di competenza e di conformarsi all’esigenza di nuove e più moderne forme d’informazione. A prestarsi bene al rischio di ardite contaminazioni con generi diversi è il Fumetto, forma di espressione artistica molto versatile e immediata, ma ancora avvolta da una certa aura di scetticismo che con estrema difficoltà gli permette di svincolarsi dall’opprimente etichetta di “prodotto di nicchia” o di mezzo finalizzato al puro e semplice intrattenimento.
Proprio dal fortunato incontro tra Arte, Letteratura e Informazione giornalistica nasce il Graphic journalism o Comic journalism (espressioni diffuse solo da qualche anno) che rivela l’idea di una fusione tra il potenziale narrativo dei racconti di cronaca, di biografie o di resoconti di viaggio e un incisivo apparato grafico.

Il concetto di graphic journalism, però, contrariamente a quanto lasci intendere l’uso di un’espressione così icastica, è lontano dal trovare un’interpretazione univoca e ben definita, soprattutto quando si tratta di ascrivere una determinata opera nell’ambito di un genere così particolare, facendone oggetto di opinioni discordanti.

È questo il caso di Maus, celebre opera di Art Spiegelman, pubblicata negli Stati Uniti tra il 1980 e il 1991, che commistionando elementi fortemente biografici e l’approfondimento storico– cronachistico di un avvenimento basato su documenti e memorie, racconta in una particolarissima veste grafica, le drammatiche vicende della famiglia ebrea dell’autore durante l’Olocausto. Tutti i personaggi sono rappresentati con le sembianze di animali che variano secondo la propria nazionalità.

La Nona arte applicata all’ambito giornalistico crea così un interessante oggetto editoriale, che procedendo per immagini consente analisi lente e dettagliate di avvenimenti anche molto lontani nel tempo, affidandosi oltre che all’efficacia del testo anche all’espressività dei disegni, senza mai perdere di vista il vero obiettivo della rappresentazione: restare fedeli alla realtà dei fatti.

In uno strumento d’informazione dal potenziale simile risiede, evidentemente, la capacità di innovare sia il linguaggio giornalistico sia quello fumettistico.
Altro argomento trattato con sofferta e spietata delicatezza nell’ambito del graphic journalism è la questione israelo–palestinese, per il quale si ricordano le opere di Joe Sacco, Palestina (1993 – 1995), fumettista maltese ampiamente considerato uno dei pionieri del genere, e di Guy Delisle, fumettista canadese noto per Cronache di Gerusalemme (2012) e per le sue esperienze di lavoro in Asia, raccontate in Shenzhen (2001), Pyongyang (2003) e Cronache Birmane (2007).

Graphic novel a cui è difficile non affezionarsi dopo un’attenta lettura è sicuramente Persepolis (2000 – 2003), opera prima e commistione tra autobiografia e graphic journalism dell’autrice iraniana Marjane Satrapi, da cui è stato ricavato un film di animazione nel 2007, scritto e diretto dalla stessa Satrapi e da Vincent Paronnaud.
Primo fumetto iraniano a essere mai pubblicato e scritto in lingua francese, Persepolis sin dal titolo rievoca le origini persiane di Marjane, nata a Rasht nel 1969 e vissuta a Teheran nel periodo della Rivoluzione islamica iraniana, fino alla sua emigrazione per l’Europa.
Gli stravolgimenti politici di quel periodo sono ricostruiti tramite il punto di vista della gente comune, con una straordinaria attenzione per i mutamenti ideologici e culturali che segnano quel delicato passaggio. Attraverso una profonda vena ironica, Marjane Satrapi si racconta e si disegna ancora bambina, nata in una famiglia discendente dall’ultimo Shah della dinastia Qajar, ma di ideali fortemente progressisti.
La piccola Marjane, ispirandosi sempre agli avvincenti racconti di dure battaglie politiche contro il regime, come quelle del nonno e dello zio di sicura fede marxista, vive con la propria famiglia e insieme a tante altre, la crudele disillusione seguita alla caduta dello Shah; una speranza di cambiamento che s’infrange con la presa di potere dei Guardiani della Rivoluzione, con la messa al bando della cultura occidentale, con l’aumento delle persecuzioni politiche, con il fanatismo religioso del regime teocratico che obbliga le donne a indossare in pubblico chador o hijāb, e con la drammatica “guerra imposta” contro l’Iraq.
Lo sguardo acuto e insofferente della Marjane bambina e quello dell’adolescente cui i genitori di larghe vedute garantiscono la sicurezza di un’istruzione libera mandandola a studiare in un liceo viennese, si incontrano a metà strada per offrire un amaro approfondimento di temi politici e sociali mescolati alla vita quotidiana, evitando però facili strumentalizzazioni. Persepolis, quindi, nella forma di un racconto autobiografico congiunge la crescita e la formazione personale di Marjane a quella del suo popolo. La ragazzina che si trasferisce in Europa, dove sperimenta un’irriducibile sensazione di emarginazione culturale, non è la stessa donna che fa ritorno in un Iran diverso da quello che abita i suoi ricordi d’infanzia, in cui avverte gli stessi sentimenti di emarginazione e che le suggerisce profonde riflessioni sul prezzo della libertà, sull’eterno conflitto tra democrazia ed estremismi, tra fede e integralismo.

CONDIVIDI
Articolo precedenteL’Arte della Felicità
Articolo successivoNapoli e i suoi casali

La redazione di Libero Pensiero News è composta da una settantina di collaboratori giovani, talentuosi, belli e intelligenti. Come si fa a non amarli?