– DI LUCIANA TRANCHESE
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Un’automobile che trasporta anime di passaggio, ciascuna con la sua storia da raccontare, attraversa una Napoli dalle tinte fosche e cupe, oppressa da atmosfere cariche di angoscianti presagi di distruzione. Alla guida dell’auto c’è un uomo che ha smarrito la propria strada.
Sono questi alcuni elementi sviluppati magistralmente dall’autore e fumettista napoletano Alessandro Rak, che con L’Arte della felicità esordisce alla regia di un originale lungometraggio d’animazione rivolto a un pubblico adulto. Il film è stato presentato al Festival del Cinema di Venezia, ottenendo ampio consenso da parte della critica.
Film dai disegni evocativi, realistici quanto basta a suggerire sensazioni sempre diverse, alterna fugaci impressioni a una cura meticolosa per i dettagli, che conferiscono ulteriore spessore introspettivo.
L’Arte della felicità nasce da un singolare progetto indipendente realizzato grazie all’apporto creativo di artisti partenopei, alcuni dei quali (come Joe Barbieri, Luca di Maio, Foja, 24 Grana e Gnut) firmano una colonna sonora coinvolgente ed estremamente funzionale alla piena assimilazione del significato ultimo del lavoro di Rak.
Un dialogo continuo tra immagini e musica, dunque.
E proprio la musica è la silenziosa protagonista de L’arte della felicità.
Alfredo e Sergio sono due fratelli, entrambi musicisti, che intraprendono strade diverse quando il primo, avvicinatosi alla filosofia Buddhista, si allontana dalla propria famiglia facendosi monaco in Tibet. Sergio, che ha trovato nel fratello un compagno d’arte e di vita, percepisce la scelta di Alfredo come un vero e immotivato abbandono che pian piano lo trascina verso una perenne frustrazione da artista mancato e di uomo senza un reale scopo. Deciso a rilevare la licenza di tassista dal vecchio zio Luciano (un simpatico omaggio a De Crescenzo), lo raggiunge la notizia della morte di Alfredo. Sceglie così di trascorrere la sua vita in quell’auto divenuta ormai la continuazione della propria anima smarrita, in cui si accumulano storie, ricordi, rabbia e rimpianti.
Ad accompagnare le sue giornate ci sono solo la travolgente voce di uno speaker radiofonico, conduttore del programma L’arte della felicità, e i passeggeri del suo taxi; ognuno con una filosofia di vita diversa nella quale Sergio cerca di ritrovarsi.
È proprio su quel taxi bianco che Sergio compie un viaggio inaspettato, pur non spostandosi mai dalla sua bella città. In un percorso tortuoso tra le strade di una Napoli surreale, ritratta con dovizia di particolari all’apice del suo degrado, tra i rumori del traffico cittadino e il vociare che attraversa le finestre aperte delle abitazioni, tra lo scrosciare della pioggia incessante, Sergio riconosce le risposte alle sue domande sul senso della vita e della morte.

Sul senso della felicità.

La sua ricerca procede tra lunghi flashback e inspiegabili immaginazioni che per tutta la durata del film allontanano il momento risolutivo: quello in cui deciderà di aprire l’ultima lettera del fratello lontano.
Il viaggio in taxi tra le strade di Napoli assume i tratti di un viaggio mistico indirizzato alla conoscenza di sé stessi. Un percorso attraversato da richiami poetici e filosofici orientali che svelano un messaggio semplice quanto ben nascosto sotto gli occhi di tutti: la felicità è a portata di mano quando si vive nel presente con lo scopo di restituire nuova forma alle cose vecchie; e così accettare di cambiare un percorso già deciso e segnato da un passato rimpianto presuppone un ottimistico sguardo verso il futuro. Ciò si traduce in un invito a non sprecare il proprio talento, né a sfruttarlo solo per il successo, ma ad accettarlo come un bagaglio interiore, quello che l’anima si porta dietro in un interminabile viaggio.