– DI LUCIANA TRANCHESE
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In una realtà complessa quanto quella delineata dai confini dell’area metropolitana di Napoli, parlare di provincia significa chiedersi che cosa questa sarebbe potuta essere, ma in realtà non è; significa provare a ravvivare un dibattito mai sopito del tutto e coinvolgere in prima linea la cittadinanza originaria di vastissime zone periferiche, dall’aspetto sempre più omologato a causa di un graduale processo d’inglobamento da parte del capoluogo, che si mostra spesso incapace di promuovere un adeguato sviluppo delle proprie aree circostanti. Forse, ad accrescersi con una certa velocità è proprio l’esigenza di cercare lontano quello che si ha vicino, finendo per non riconoscere il valore di quanto si possiede e per sentirsi meno piccoli ed emarginati, evitando il rischio di apparire “solo dei provinciali” in una grande città.

Di tutto questo e di molto altro si è ampiamente discusso lo scorso 10 Dicembre presso la biblioteca comunale di Casoria Mons. Mauro Piscopo, in occasione della presentazione del libro Napoli e i suoi casali. Itinerari dell’entroterra metropolitano del giornalista napoletano Giuseppe Pesce. A parlarne con l’autore erano presenti il professor Carlo Albano, docente di economia politica alla facoltà di sociologia della Federico II, e il professor Giovanni De Rosa, dirigente scolastico dell’ I.S.I.S Torrente.

Il saggio di Giuseppe Pesce ricostruisce, attraverso un variegato itinerario storico, lo sviluppo dell’entroterra napoletano e dei suoi antichi casali (veri e propri aggregati sparsi di case del contado, oggi divenuti agglomerati dell’hinterland), soffermandosi con particolare attenzione sulla cronistoria degli ex borghi rurali che costituiscono gli odierni comuni di Casoria, Afragola, Cardito, Crispano, Caivano, Arzano, Casavatore, Casalnuovo, Acerra, Frattamaggiore, Pomigliano d’Arco, Sant’Anastasia e Somma Vesuviana; su i 2 quartieri napoletani di S. Pietro a Patierno e di Secondigliano, e dedicando ampio spazio ai Regi Lagni e alla Valle del Sebeto.

Se nel suo libro Pesce accenna a quando il poeta Virgilio lesse, nei pressi di Atella, i libri delle Georgiche al cospetto di Ottaviano Augusto, a quando il castello di Afragola fu residenza di Giovanna II d’Angiò, oppure a come Il medico Vincenzo Tiberio abbia precorso di almeno un trentennio le cure antibiotiche di Fleming, scoprendo la penicillina su un pozzo di Arzano, si può percepire facilmente quanta Storia abbia attraversato quei piccoli borghi, e nel contempo quanto la provincia sia obbligata, per sua natura, a dover dimostrare costantemente qualcosa prima di potersi dire di nuovo in possesso di un’ identità remota e spesso accantonata.

A emergere con nuova forza dall’incontro con Giuseppe Pesce e Carlo Albano sono gli effetti di una sorta di Napolicentrismo, profondamente radicato nella mentalità degli abitanti, osservabile negli stessi rapporti tra centro e periferia. La tendenza, più o meno diffusa, a voler far vivere il centro lasciando morire tutto il resto, è infatti evidente nel grado di abbandono in cui versano molte zone dell’entroterra, tra aree dismesse, mai degnamente riqualificate, e svariate forme di degrado ambientale oltre che artistico e culturale.
Una riflessione più che attuale, soprattutto se rapportata alle recenti e disastrose emergenze nate nella Terra dei fuochi o dallo smaltimento dei rifiuti campani.
Non è un caso se ad aprire lo scorso convegno sia stato un filmato video, realizzato con la collaborazione degli studenti dell’I.S.I.S Torrente, che si sofferma sul patrimonio artistico della città di Casoria, ripercorrendone rapidamente la storia attraverso i suoi monumenti.
Un invito esplicito a non abbandonare l’idea di poter dare nuova vita a territori che soffrono di gravi mancanze politico-amministrative e di forme d’indifferenza generalizzate a più livelli.

Ripercorrendo la storia degli antichi casali di Napoli, Giuseppe Pesce ricorda quanto sia necessario conoscere quello che ci circonda, prima di poter pensare a una verosimile possibilità di cambiamento. Se a un importante centro di riferimento culturale come Napoli, spetta purtroppo il difficile compito di rapportarsi con un’immagine non sempre idilliaca della propria realtà, anche la sua provincia merita di ritrovare la giusta sinergia per emergere da quel vuoto che rischia di inghiottirla.