– DI CRISTIANO CAPUANO
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Lee Daniels, al suo quarto lungometraggio, ci porta ad aprire un occhio su quella che è l’ultima grande sfida del cinema americano. Il confronto con il delicatissimo tema della segregazione razziale costituisce un trend ormai ben avviato (vedi Django Unchained e 12 anni schiavo), il cui nobilissimo intento è quello di condurre ad un dialogo su una pagina buia della storia statunitense, al fine di cementificare quella pacificazione sociale che, da Lincoln in poi, si è cercato di raggiungere ad ogni costo.

Nel 1865, il XIII emendamento della Costituzione americana sancì la definitiva abolizione della schiavitù in tutto il paese, chiudendo, apparentemente, quell’orrido capitolo di storia. Se, però, il problema aveva cessato di esistere negli Stati del Nord-est già nel 1863, il retaggio dello schiavismo negli ex Stati Confederati costituì un macigno quasi insormontabile che, per tutto il resto della storia unitaria americana, portò al fiorire di sentimenti di intolleranza razziale in quei territori del sud che sono ora teatro di questo nuovo fenomeno cinematografico all’insegna della black experience.

The Butler, tuttavia, ha qualcosa in più su un livello puramente diegetico: il tema dello schiavismo viene utilizzato come apripista per illustrare quasi cento anni di storia contemporanea statunitense attraverso gli occhi della comunità afroamericana.
Dalle plantations degli anni ’20 all’elezione di Barack Obama nel 2008, Lee Daniels racconta la storia di Cecil Gaines (un sempre ottimo Forest Whitaker) che da schiavo nei campi di cotone arriverà a servire, come maggiordomo alla Casa Bianca, ben sette Presidenti, e ad osservare, da una postazione distaccata ma pur sempre privilegiata, i più significativi cambiamenti del secondo Novecento americano.
La matrice del film è strettamente biografica: le vicende narrate costituiscono, infatti, un affresco della vita di Eugene Allen, trentennale dipendente alla White House, la cui storia fu raccontata dal giornalista Will Haygood sulle colonne del Washington Post, nei giorni immediatamente precedenti la prima vittoria elettorale di Barack Obama; storia che Lee Daniels e Danny Strong riformularono nello script di The Butler.

La principale emozione, forse l’unica, che si prova guardando l’ultimo lavoro di Daniels è quella un po’ comune ad ogni opera di stampo documentario: il confronto con la storia. Osservare e comprendere determinati percorsi umani che hanno portato il mondo a plasmarsi nel modo in cui oggi lo viviamo è senza dubbio un’esperienza estatica, e The Butler traccia le tappe di quella contemporaneità americana che è stata, giocoforza, la contemporaneità del resto del globo.
I Freedom Riders, la controcultura, l’assassinio di Kennedy a Dallas, Martin Luther King e Malcolm X, il Vietnam, la parabola delle Black Panthers e lo scandalo Watergate sono alcuni dei punti storici focali trattati nel film, eventi che il protagonista si trova ad osservare con apparente distacco da quella finestra della Casa Bianca emblematicamente ritratta dalla locandina del film.
“Io non mi occupo di politica” è la frase spesso ripetuta da Cecil Gaines, e senza girare troppo attorno alla questione del come sia, ad ogni modo, la politica ad occuparsi di noi, non fatichiamo ad accorgerci del tipo di atteggiamento “forrestgumpiano” assunto dal maggiordomo: gli avvenimenti e i cambiamenti della storia investono chiunque di noi, spesse volte dolorosamente, e Cecil, tramite alcune vicende come la morte in guerra del figlio minore e l’inasprirsi dei rapporti col maggiore, si renderà conto dell’importanza della sua presenza nella storia e del suo ruolo nel fenomeno di normalizzazione dei rapporti sociali tra bianchi e neri.

Ed è proprio qui che iniziano a stridere le note dolenti, che tanto, troppo, ricordano quelle di The Star-Spangled Banner. Il nobile intento di pacificazione di cui sopra, insito nel trattare argomenti che parlano di diritti civili, di questi diritti civili, viene ricercato all’insegna di una spessa retorica tradizionalmente a stelle e strisce, che ci sbatte prepotentemente in faccia un occhio registico ben poco autonomo che non è altro che quello dello Zio Sam. Sarebbe forse troppo demonizzare quest’occhio equiparandolo a quello di Sauron o usare termini forti come “asservimento al potere”, fatto sta che l’aridità in cui spesso scade il registro autoriale si lega in maniera ben salda al clima pomposamente liberal dell’America dell’era Obama.
Gli anni della blaxploitation sono ormai lontani e il marchio di fabbrica di The Butler dice tanto, e forse anche troppo, su come non si sarebbe mai “osato” raccontare una storia del genere prima dell’avvento di un presidente di colore alla Casa Bianca.
Ma la domanda che sorge è: perché no?
Probabilmente perché Lee Daniels non è Melvin Van Peebles, e tantomeno Spike Lee.

Fatta salva la pace di un’unica grande battuta (Gli americani chiudono sempre un occhio su quello che hanno fatto al loro popolo. Guardiamo il resto del mondo e giudichiamo. Sentiamo parlare dei campi di concentramento ma quei campi ci sono stati per ben 200 anni anche qui, in America), il film segue una condotta narrativa abbastanza piatta e dottrinale; condotta che, infarcita di momenti commoventi tatticamente distribuiti, costituisce la ricetta perfetta del film tipo dell’Academy, tanto per spiegarci come Daniels abbia praticamente sbancato ogni botteghino negli Stati Uniti.
Questo perché The Butler potrà essere discutibile da una prospettiva “poetico-artistica”, ma da un punto di vista di marketing è un film riuscito e indubbiamente ben orchestrato, che centra in pieno l’unico obiettivo postosi: essere un film americano, fatto da americani, per americani.