– DI CRISTIANO CAPUANO
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“Di più non basta mai”: è il deciso e conciso motto che accompagna ogni singola scena di The Wolf of Wall Street, l’ultimo grande lavoro del maestro Martin Scorsese.
“Di più non basta mai” significa, astraendo per un attimo il discorso dalla diegesi del testo filmico, che anche a settantun’anni suonati, dopo aver partorito capolavori e pietre miliari, dopo aver vissuto una vita al massimo, e dopo esser diventato uno dei più grandi cineasti di tutti i tempi, puoi ancora dare tantissimo, e puoi farlo toccando indiscussi picchi di eccellenza.

La carriera di Martin Scorsese rappresenta uno dei più encomiabili percorsi artistici che la storia di Hollywood ricordi; una strada da sempre lanciata verso la luce del successo, che, ancora oggi, non intravede nemmeno in lontananza il suo punto d’arrivo.

The Wolf of Wall Street è, infatti, un film moderno, dinamico e, perché no, fermamente iperrealistico, che ritrae con serratissimi ritmi all’anfetamina le devianze disoneste e immorali del mondo degli agenti di borsa; un mondo che, seppur apparentemente lontano dall’uomo comune, ad egli si rivolge onde frodarlo, e si mostra a noi in ogni sua sfumatura di convulso materialismo e indecenza.
Il buon Scorsese ha potuto vantare, oltre alle sue sapienti mani, una serie di strumenti ben collaudati, che hanno fatto si che il sound della sua orchestra sapesse di freschezza ed efficacia. Parliamo di un Leonardo DiCaprio esplosivo e lanciato verso l’Oscar (sembrerebbe la volta buona), di una penna di classe come quella di Terence Winter (già sceneggiatore de I Soprano e ideatore di Boardwalk Empire), e, last but not least, della sfrenata parabola di uno dei più controversi personaggi di Wall Street: Jordan Belfort.

La storia di Belfort ha inizio nel 1987, da un black monday che costringerà il giovane broker a farsi da solo e ad intraprendere quel cammino che, dai penny stocks, lo condurrà al dionisiaco Olimpo delle truffe finanziarie, passando per tutto quel multicolore ed eccitante universo di un lusso fatto di droga e sesso.

DiCaprio ha affermato di aver trascorso molto tempo con Belfort, al fine di vestirne i panni, ma di non esserne esattamente entrato in empatia, e se ci fidiamo dello sguardo biografico di Scorsese non fatichiamo a crederlo: il ritratto del giovane broker, e conseguentemente di tutto il cosmo che, a sua immagine e somiglianza, egli si è plasmato attorno, è di quanto più cupo si possa immaginare in materia di caratterizzazioni umane.

A rendere vincente The Wolf of Wall Street è proprio l’aria che tira: un’aria fredda che sussurra bieche parole di disumanità e ci parla di un sistema lanciato a rotta di collo verso ogni genere di depravazione, verso ogni spirale orgiastica e verso ogni tipo di consumo forsennato che si esaurisce in un deterioramento senza scampo.

Ciò che fa della mano di Scorsese un’impronta della modernità è il pensiero di come, ad un Robert De Niro o a un Ray Liotta in cui, nonostante gli innumerevoli sporchi giochi di violenza e potere, si intravedeva una luce di umanità, si sostituisca un vero e proprio squalo del crimine, edonista e dissennato, del quale non resta nulla meno che qualsiasi tipo di deriva onanistica e che, incarnando perfettamente il senso del peccato (ricorrente tema scorsesiano), nega all’umanità ogni prospettiva di redenzione e salvezza. Non esiste rispetto, né per gli altri né per sé stessi, e non esiste espiazione alla fine di questo viaggio, che altro non è che una sfavillante parata diretta verso il baratro del più narcisistico autocompiacimento.

Tutto ciò fa di The Wolf of Wall Street una commedia nera come la pece, in cui Scorsese sa esprimersi rimpiazzando gli ormai a noi affezionatissimi gangster con agenti di borsa per molti versi ben più sordidi, meschini e striscianti del peggior Joe Pesci di turno.

Stendere file di parallelismi con grandi capolavori come Casinò, Goodfellas o Mean Streets vuol dire considerare The Wolf of Wall Street un film d’impatto, un’opera che strutturalmente dimostra come Scorsese torni a raccogliere quello che negli anni ha seminato, infarcendo tutto con un nichilista senso di attualità solo vagamente intravisto in The Departed e Gangs of New York (in cui al male si oppone il contraltare del bene), e che giunge, oggi, alla sua massima espressione negando qualsiasi possibilità di rettitudine.

The Wolf of Wall Street è, dunque, un’opera significativa, la cui lente anamorfica neutra rinuncia ad ogni morale e ad ogni etica, ed ha come unico scopo il rilascio di una scarica di adrenalina che centra in pieno lo spettatore; la stessa adrenalina di un sempreverde Martin Scorsese che, parafrasando Belfort, a morire sobrio non ci pensa neanche lontanamente.