– DI MARIA CAPONE
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Chi prima, chi dopo, e comunque speriamo il più tardi possibile, nasciamo tutti con la stessa certezza: moriremo. Ce lo ricordano continuamente, in parole e musica, persino alcuni programmi televisivi. Quantunque per chi va via la morte possa essere un senso di liberazione dalle sofferenze, nella maggior parte dei casi ognuno di noi si augura che questo passaggio possa essere “veloce”, avvenga il più tardi possibile, oppure che, se è proprio necessario, esso si verifichi nel preciso momento in cui siamo ancora ben stretti tra le braccia di Morfeo. Tutti, quindi, ci auguriamo di fare una “bella” morte, forse per lasciare un buon ricordo di noi stessi. Scriveva così Osamu Daza: La vita non è un testo di teatro. Nessuno sa che cosa accadrà nel secondo atto. Come potergli dare torto. In “Tutti i bambini tranne uno” di Philippe Forest non c’è salvezza al dolore lancinante che possa ferire un padre, non c’è parola scritta che possa servire ad esorcizzare la morte, la sofferenza, la rabbia, il vuoto, l’assenza. Ritengo che non ci sia romanzo dove la morte non sia descritta, dove essa non doni, necessariamente, senso alla vita. Sebbene molti scrittori si siano cimentati a raccontare quel punto di non ritorno, irreversibile traguardo dal quale nessuno può esimersi, quel che ci sia dopo la morte rimane un mistero irrisolvibile. In effetti, cessando la nostra esistenza diviene molto difficile, anche per il più abile di essi, raccontare il passaggio dall’essere al non essere, dal corpo allo spirito. La nostra non sarà mai un’esperienza da fare, da poter raccontare come se fossimo di ritorno da un nuovo viaggio. Secondo tutte le religioni essa non è altro che il nostro cammino preparatorio alla morte – la liturgia cristiana recita così: ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione, eterna nel cielo (Prefazio dei defunti-Messale Romano). Uno scrittore soltanto si pensa possa essersi avvicinato alla verità : Lev Nicolaevič Tolstoj in un racconto di un’ottantina di pagine, “La morte di Ivan Il’ič”. «Se la morte parlasse questa sarebbe la sua voce» scrisse Carlo Bo a proposito di questo racconto. Leggendo questo capolavoro ci sembra proprio di vedere la morte, di accompagnare il protagonista verso la luce. Troviamo la luce descritta in “Guerra e pace” ad illuminare la fine dell’esistenza del principe Andrej, la troviamo a sostituire la paura della morte nel brano conclusivo del racconto di Tolstoj. In tutti i casi la luce sembra portare serenità, accettazione, gioia. Non sono soltanto le “esperienze” di pre-morte a rappresentare questo passaggio come un cammino attraverso la luce e, negli ultimi anni, sono stati pubblicati diversi libri su questo argomento. Scienziati, medici, anche di una certa notorietà, affermano che c’è vita dopo la morte. Alcuni ricercatori dell’Università del Michigan affermano, invece, che negli attimi immediatamente successivi alla morte il nostro cervello ha ancora un’attività elettrica molto sviluppata e che questo spiegherebbe i cosiddetti “viaggi nell’aldilà”.

Che cosa accada dopo la morte non è esperienza che ci è dato di fare, e tutte le supposizioni sono legate a domande che rimarranno senza risposta. Si dice che la speranza sia l’ultima a morire, mi piace pensare che essa sia la prima ad accompagnare il nostro passaggio alla morte.