– DI CLAUDIA POLO E CAROLINA ROSSI

Buongiorno affezionati lettori, io e la mia collega Carolina siamo qui ad intervistare un amico e non solo, bensì il nostro caporedattore: Emanuele Tanzilli. L’11 dicembre infatti è la data della pubblicazione del suo libro “Anthem”. Come ci spiega Emanuele, “Anthem è un’antologia, nel senso etimologico del termine, una raccolta, materiale accumulatosi negli anni finché non ho deciso di pubblicare”. L’intero libro ha una struttura musicale e, come il titolo suggerisce, si parla di un inno: “In questo caso si tratta di un inno alla scrittura, mia compagna e mio rifugio”.

(Claudia) Ciao Emanuele, benvenuto “dall’altra parte” della nostra redazione! Innanzitutto spiegaci come meglio puoi la suddivisione del tuo libro.
Grazie a voi ragazze, fa sempre un certo effetto trovarsi dall’altro lato, ma credo che l’occasione sia più che propizia. “Anthem” è un insieme di racconti che ho scelto per comporre un “inno”. Si tratta di pezzi brevi, come brani di un concerto, suddivisi in preludio, interludio e postludio. In effetti, riferimenti alla musica sono nascosti qua e là in tutta l’opera, a cominciare dalla copertina, realizzata da Laura Arena, un’altra collega della redazione.

(Claudia) “Non voglio i tuoi soldi. Anzi, sono io che dovrei pagare te: tutte le speranze di cui abbiamo bisogno sono già nel tuo cuore. Però attento a non fartele scappare, perché un giorno ne avrai bisogno!”
La frase è tratta dal racconto: “L’uomo che vendeva speranze a 25 cents”. Questa storia mi ha colpita molto e lascia una sorta di nostalgia dei tempi ormai andati; oggi non facciamo altro che disprezzare coloro che sono agli angoli delle strade e che elemosinano qualche centesimo, sarebbe bello poter condividere qualche minuto con loro, così come fa il protagonista della storia. Cosa ti ha ispirato a scriverla?
Le mie storie, in un certo senso, raccontano di tutti i mondi possibili. Sono personaggi normali, di quelli che incrociamo a migliaia ogni giorno, ma che proprio per questo non approfondiamo mai realmente. La maggior parte resta sconosciuta, abbandonata all’indifferenza o peggio, mentre invece credo che se avessimo il coraggio di guardare oltre le apparenze, scopriremmo che ognuna di loro potrebbe arricchirci, renderci migliori. Ecco, scrivere è il mio modo di provare a diventare una persona migliore.

(Carolina) A me invece, ha colpito molto “Sono un fantasma da dieci anni”. Sono una persona che ama i ricordi, belli o brutti che siano, ci sguazzo dentro. I ricordi, la memoria, fanno parte di ognuno di noi. Cosa sono i ricordi per il fantasma, e per te invece? Credi siano astratti o concreti?
Mi fa piacere che tu mi abbia posto questa domanda, è un qualcosa a cui tengo molto. Scrissi quel racconto l’11 Settembre 2011, a dieci anni esatti dall’attentato. Il protagonista è un sopravvissuto che narra di come in realtà la sua anima sia morta lo stesso quel giorno, nell’immane tragedia; ma gli altri intorno considerano soltanto il miracolo che lo ha fatto salvare. Cosa sono allora i ricordi? Fondamentalmente, ciò che ci rende quel che siamo: un’impronta che, però, spesso finisce per marchiarci troppo a fondo, togliendoci la possibilità di cambiare, crescere. Ecco perché nel racconto scrivo che “ricordare aiuta, vivere nel passato no; tutti vanno avanti, persino i fantasmi”.

(Claudia) La seconda parte del libro, intitolata “Interludio”, ha un filo rosso che sembra ripercorrere tutti i racconti: il tempo. I secondi pian piano diventano minuti, i minuti ore, le ore giorni e i giorni costituiscono gli anni. Il passare del tempo è irrefrenabile e noi siamo vittime di esso: “Tic, toc, tic, toc.” Citando il ticchiettio dell’orologio riprendo “Il dollaro di Singapore”. Se tu fossi nei panni del protagonista cosa avresti scelto, seguire un’affascinante donna e vivere per l’eternità con lei oppure tornare indietro nel tempo per salutare coloro che ami?
Così mi metti in difficoltà… in compenso, posso dirti due cose. La prima, è che il concetto del tempo permea tutti i miei racconti. Non a caso, il libro si apre con il brano chiamato “6 e 25”. È un elemento sfuggente, difficile da definire con esattezza, eppure fondamentale perché è di questo che viviamo; immateriale, eppure pregnante; impercettibile, eppure onnipresente. Sono sempre stato affascinato dal tempo, vivo questa infatuazione in maniera un po’ agostiniana, quando nelle Confessioni si legge: “Che cos’è il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so. Se dovessi spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so”.
La seconda, è che possiedo per davvero un dollaro di Singapore, che porto con me da quasi vent’anni e che, come il protagonista del racconto, utilizzo per fare testa-o-croce quando devo prendere decisioni importanti.

(Carolina) “Ogni volta che faccio qualcosa, penso: ‘Quanto mi pagano per farlo?’ oppure ‘Ne traggo dei vantaggi, ne ottengo qualcosa di utile?’; se la risposta è sì, allora procedo, e mi impegno allo stremo sino alla fine. Se invece è no, me ne guardo bene, oppure, se proprio non posso evitarlo, mi limito al minimo indispensabile. È il mio ragionamento. E poi ci sei tu.”
Reputo fantastico questo stralcio, uno dei più belli. Lo hai dedicato a qualcuno in particolare? Qualcuno che ti manca, come evidenzi alla fine dello scritto?
“Punto” – il racconto da cui lo stralcio è preso – è nato dopo una lunga notte passata ad osservare il cielo. Era estate, tutte le luci erano spente e le stelle risaltavano d’un chiarore maestoso. Mi sono sentito piccolo e insignificante, ho capito forse per la prima volta quanto sia vasta l’immensità dell’universo al confronto con le nostre misere preoccupazioni di tutti i giorni. E quanto sia importante avere qualcuno accanto a ricordarci che, nonostante tutto, non siamo poi così inutili come potremmo temere.

(Claudia) “Le cose più importanti giacciono troppo vicine al punto dov’è sepolto il vostro cuore segreto, come segnali lasciati per ritrovare un tesoro che i vostri nemici sarebbero felicissimi di portare via”. Citando un pezzetto di uno dei più famosi libri di Stephen King, ti domando: credi che le cose importanti (in questo caso i sentimenti) sia meglio tenerle per sé, o aprirsi e dare a coloro che conoscono un solo aspetto del nostro essere, la possibilità di assaporarci del tutto, rendendoci conto di poter essere fraintesi?
King è il mio autore preferito, ho voluto omaggiarlo con un breve racconto ispirato a “Stand by me”, uno dei suoi capolavori. E mi trovo d’accordo con lui, quando scrive che le parole immiseriscono i sentimenti, li rendono una banale sequenza di suoni, mentre in realtà la potenza del sentimento vero trascende ogni forma corporea e materiale. Credo sia meglio lasciare che sia il nostro esempio, il nostro comportamento, a dimostrare ciò che ci portiamo dentro, piuttosto che affidarci a parole che troppo spesso si portano dietro la maschera della bugia.

(Carolina) Sei giovane, ma è già parecchio che scrivi. Che consigli daresti a un ragazzo della tua età che ama scrivere e che venderebbe l’anima al diavolo per diventare un vero e proprio scrittore? Infine, qual è la chiave di Anthem? La vera e propria ispirazione che ti ha smosso e ha fatto accendere in te la celebre “lampadina”.
Primo: mai scendere a compromessi. Lo scrittore è colui che scrive, non colui che vende libri. Secondo: credere che ogni cosa sia possibile, finché c’è una mente pronta ad immaginare e una mano pronta a scrivere. Il resto si può imparare strada facendo, ma l’amore non si impara né si inventa…
In quanto all’ispirazione, credo sia stata maggiore la voglia di mettermi in gioco con un progetto completo, vedere cosa ero in grado di fare. In fondo, per citare Bukowski, “tutti gli scrittori sono dei poveri idioti: è per questo che scrivono”.

(Claudia) Se dovessi scegliere un’epoca che ti rappresenta ed un libro che, magari, avresti voluto scrivere, quale sceglieresti? E perché?
L’epoca adatta a me non esiste ancora e non è mai esistita, però mi affascina il Medioevo, sai, almeno il lato “fantasy” che è giunto fino a noi, con i castelli, i cavalieri, la vita rustica delle campagne e via dicendo… ma è solo un capriccio della mente, il bisogno di credere di potersi sentire tasselli di un mosaico, versi di un poema… la verità è che non esistono altri tempi all’infuori di questo.
Il libro che avrei voluto scrivere, invece, è senza dubbio Anthem. E infatti l’ho scritto. Adesso sta a voi leggerlo. Lo trovate qui.

Grazie ancora ragazze, è stato bello chiacchierare con voi. La conclusione la aggiungo io (deformazione professionale): spero che leggere “Anthem” possa piacere a voi almeno la metà di quanto a me è piaciuto scriverlo. Vi ricordo, infine, che le nostre pagine sono a disposizione di tutti, autori emergenti, giovani talenti, semplici appassionati: è sufficiente contattarci con una mail a redazione@liberopensiero.eu