– DI CRISTIANO CAPUANO
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“Domani, domani, e domani, si arranca in una vuota pace fino all’ultima sillaba del tempo prescritto, e tutti i nostri ieri hanno illuminato a degli sciocchi la via per la morte polverosa. Spegniti, spegniti breve candela, la vita non è che un ombra che cammina…”
(William Shakespeare, Macbeth)

Nel 1957 Akira Kurosawa mette a punto una particolare rivisitazione del Macbeth nella società giapponese del XVI secolo. La più breve delle tragedie shakespeariane dona al regista nipponico degli ottimi spunti per la realizzazione di una delle sue opere più celebri. Kurosawa ha, infatti, affermato di aver tratto ispirazione dal suddetto dramma al fine di dar vita ad un affresco efficace e d’impatto di un dato momento storico del suo paese, all’interno del quale è possibile riscontrare diverse impronte delle tradizioni giapponesi più arcaiche che, nel fondersi con il teatro di Shakespeare, generano un prodotto artistico di notevole caratura.

Le vicende narrate in Kumonosu-jō (Il castello della ragnatela, titolo originale dell’opera) trattano di Washizu (Toshirō Mifune), un valoroso guerriero a cui uno spirito della foresta profetizza la scalata al potere nella società feudale del Giappone del Cinquecento. Il nobile combattente, persuaso dalla presenza tentatrice di sua moglie Asaji (Isuzu Yamada), decide di uccidere il re e di aprirsi la strada verso l’usurpazione del trono, sostenuto anche dal fedele compagno Miki (Minoru Chiaki), il quale è, tuttavia, ignaro del tradimento di Washizu. Col tempo però, la colpa comincia a dilaniare l’usurpatore, che diviene preda di visioni e squilibri mentali fino a quando la verità non sale a galla e un’alleanza di eserciti del paese lo uccide, ponendo fine al suo regno dispotico.

Per Kurosawa, la scelta del preciso momento storico da ritrarre non risulta per niente casuale. Un’ottima intuizione del regista sta proprio nell’aver riconosciuto dei forti parallelismi tra l’ambientazione storico-geografica del Macbeth e quella da lui rappresentata, ovvero il medioevo Giapponese. In una società così feudale ed elitaria come quella dei samurai, la bramosia e la sfrenata sete di potere sono tematiche concrete e tangibili e riescono a mettere a nudo facilmente le debolezze dell’animo umano. Anche i condottieri più valorosi vengono mostrati in tutta la loro fragilità e in tutte le loro piccolezze, risultando facili prede della cupidigia e mostrando i propri lati più oscuri.

L’ordine dei personaggi della tragedia di Shakespeare viene stravolto in minima parte, e le due caratterizzazioni più approfondite sono quelle del protagonista Washizu e di sua moglie Asaji. Essi si rivelano le due facce dell’animo tenebroso dell’umanità: lui, forte ma sostanzialmente insicuro, è la mano che direttamente si macchia di sangue e della colpa del delitto, lei, sagace e adescatrice, si muove nell’ombra inducendo suo marito a compiere l’efferato gesto.

Il trono di sangue viene spesso indicato come “il Macbeth del Nō”, al fine di sottolineare l’ingente presenza di intuizioni artistiche che Akira Kurosawa riprende da questo importante genere teatrale. Rispetto al ben più noto kabuki, il Nō è un genere, per certi versi, maggiormente sofisticato, che fa dell’interpretazione e della forza espressiva le sue caratteristiche fondamentali. Kurosawa ne riprende l’intensità, sia nei tecnicismi registici che nel tipo di recitazione che chiede ai suoi interpreti. L’opera presenta un vigore visivo molto accentuato, riscontrabile in alcuni forti primi piani e nella preponderanza delle azioni sui dialoghi. La teatralità è oltremodo rivelata dalla composizione quasi geometrica di ogni inquadratura, in cui tutti i personaggi vivono in un rapporto di stretta simmetria; inoltre, specie nelle scene più dinamiche e nelle lunghe carrellate a cavallo, l’autore conferma di aver assimilato la lezione del cinema americano di quegli anni, e in particolar modo quella dei western alla John Ford.

Alla fine degli anni 50’, epoca in cui il Giappone viveva il suo primo periodo di rilancio economico dopo la tragedia bellica, Akira Kurosawa crea una dei suoi lungometraggi più interessanti, sia per le sue nobili origini letterarie e teatrali, sia per il suo valore cinematografico in senso stretto, continuando a lavorare sulla scia di opere come Rashōmon e I sette samurai, che hanno contribuito a renderlo uno dei cineasti più apprezzati e imitati dell’estremo oriente.