– DI CLAUDIA POLO
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A novembre, Luigi Bray ha avuto il piacere di ristampare il suo primo libro, “Albe, Lune e Barlumi d’Umanità” edito da Aletti Editore – collana “Gli emersi – Poesia”.
In redazione abbiamo da poco deciso di dedicare una “fetta” del nostro portale online alla cultura, invitando scrittori emergenti (e non) a esprimersi riguardo ai propri lavori.

“Nei versi di Luigi Bray c’è tenerezza, incanto, voglia di riscatto, voglia di essere presente, voglia di dire al mondo che c’è bisogno di giustizia sociale, che occorre rispettare la natura, che a volte basta un piccolo sorriso per trovare la soluzione a un problema difficile, che l’umanità è tale se riesce a vedere la bellezza anche nei piccoli gesti della quotidianità.” – così citando, Maurizio Nocera, con la breve ma intensa descrizione del libro, diamo il benvenuto al nostro scrittore.

Buon giorno da me, e da tutta la redazione di Libero Pensiero, felici di ospitarla fra le nostre “righe”. Come già detto, il suo libro è una selezione di poesie, contenenti tenerezza, incanto, voglia di dire al mondo che c’è bisogno di giustizia, ma ci spieghi meglio: cosa ha ispirato la sua scrittura a orientarsi verso questo genere di poesie?
Buongiorno a voi o come direbbero nella terra che mi ha dato i natali: kalimera. Grazie a voi per l’ospitalità. La poesia deve essere secondo me “partigiana”, nel senso che deve assolvere al suo compito di meraviglia, di trasformazione ma anche di accusa, di richiamo verso le ingiustizie di questa società. Deve far vibrare quelle corde che abbiamo dentro e che non ci possiamo permettere di assopire, di anestetizzare.

Quando ha iniziato a scrivere per la prima volta poesie?
“Colpa” della mia meravigliosa e bravissima insegnante delle scuole elementari, la signora Rosetta che un giorno disse a tutta la classe: “provate a scrivere una poesia”; da quel giorno (era il 1984) non ho più smesso. L’importanza della scuola e di bravi insegnanti fanno la differenza in un Paese. Avremmo bisogno in questo Paese che si ricominciasse a investire nella scuola pubblica.

Beh, sono pienamente d’accordo: molto spesso i bravi insegnanti sono ciò di cui si ha bisogno per far sì che il talento esca fuori, non sempre si è capaci di scoprirlo da soli. A proposito, “Io continuo a ritenerle non poesie ma il mio modo di stare da solo.” – le vorrei così chiedere, partendo da questa sua citazione, quale sensazione la pervade nel momento in cui la penna tocca il foglio? In quei momenti ci si sente soli realmente?
È sempre stato il mio approccio alla poesia, ma a onor della cronaca mi sono innamorato di questa citazione di Fernando Pessoa che dice “Essere poeta non è la mia ambizione. È la mia maniera di rimanere da solo”. Quando scrivo cerco di fissare momenti, vissuti, mai vissuti o solo immaginati; una camera fotografica che ho sempre appresso. I ghirigori della mia vita messi ad asciugare sul foglio prendono sfumature diverse, diventano leggeri. La verità è che non si è mai soli veramente e quando lo siamo questa sensazione prende altri nomi. Non saprei spiegare bene cosa capita veramente quando scrivo; è una forza che hai dentro e ti trascina anche dove non vuoi, è trasporto, è ormeggio primordiale, è visione. Secondo me, la parola, che è poesia, è collegamento con il nostro io, che è quello di un bambino. Ovviamente niente a che vedere con il “fanciullino pascoliano”.

Come è avvenuto l’incontro con lo scrittore salentino Maurizio Nocera?
Maurizio è una di quelle amicizie volute, perché a pelle alcune volte ti accorgi che una persona è speciale. Maurizio, come ho scritto nei ringraziamenti finali del libro, è speciale. Per esempio, quando ti parla lo fa guardandoti negli occhi come i bambini. Ho conosciuto Maurizio in un periodo in cui spesso ci s’incontrava a qualche presentazione di libri, o per qualche iniziativa politica. Poi ogni tanto gli lasciavo delle mie poesie e mi eclissavo. Volevo sapere se gli erano piaciute. Lui poi mi rispondeva di sì e mi diceva che dovevo pubblicarle. Ho declinato l’invito per anni, poi alla fine mi sono convinto, aveva ragione lui, che da vecchio “scrivitore” come lo etichettava un altro scrittore salentino, Antonio Verri, aveva visto nelle mie poesie cose che io non potevo vedere. Insomma, è sua la responsabilità della pubblicazione.

Se potesse darmi in breve una definizione, al di là del significato etimologico, per ogni parola che contiene il titolo del suo libro -Albe, Lune, Umanità- cosa mi direbbe?
È il senso attorno al quale ruota il libro. Nelle mie poesie non c’è un titolo, volutamente. Così facendo voglio aiutare chi le legge a non chiudersi in un tema ma a prendere dai versi ciò che loro ci trasmettono. In questi mesi, in cui chi ha avuto il libro nelle mani poi si è sentito di condividere con me delle sue sensazioni, molti mi hanno raccontato di sentimenti alcune volte lontani dalla poesia che avevo scritto. Per me quello è stato il segnale di aver centrato, nel mio scrivere, l’obiettivo che è dentro la “Poesia”, regalare emozioni. Nelle poesie ci sono le albe, ci sono le lune e quindi ci sono le Umanità che abitano dentro ognuno di noi. Tabucchi che ho avuto la fortuna di conoscere e con il quale ho collaborato per qualche iniziativa quando ero a Siena mi ha insegnato a navigare dentro quelli che lui chiama i ghirigori della vita e delle umanità che ci abitano. Accettare questo vuol dire aiutarci a vivere meglio. Ah, un mio libro è sulla tomba di Tabucchi, un piccolo grande regalo che un amico comune mi ha fatto attraverso la sua famiglia, è stato per me questo un momento di grande emozione.

“ … a volte basta un piccolo sorriso per trovare la soluzione a un problema difficile, che l’umanità è tale se riesce a vedere la bellezza anche nei piccoli gesti della quotidianità.”
Lei in che gesto quotidiano identifica la vera e propria umanità?
D’istinto direi il sorriso di un bambino/a. Poi sono tanti i gesti, basta volerli vedere, quando camminiamo per strada, quando siamo con le persone cui vogliamo bene, quando viviamo. Il vero rischio che vorrei non correre è quello di sopravvivere. Ultimamente girando per strada vedo tutti rivolti verso il proprio cellulare e pochi che guardano a quello che succede intorno. Tutti concentrati a comunicare con il mondo lontano e nessuno o pochi con il mondo intorno. A mia figlia cerco di far vedere sempre ciò che la circonda, il regalo più bello, giorni fa andando in macchina insieme a me e alla madre ci ha urlato: “Papà, mamma, guardate che bel panorama”.

Attualmente sta svolgendo qualche attività al di fuori della promozione del libro?
In questi giorni sto tenendo un laboratorio di scrittura dove ragioniamo intorno alle parole e all’arte con un’attenzione particolare alla poesia. Beh, l’Umanità che ci ho trovato dentro è dirompente. Abbiamo bisogno di ritrovare il senso del limite che abbiamo perso e tornare a quell’umanità che ci rende migliori.

Ha in cantiere un prossimo libro? Se sì, cosa lo sta ispirando?
Il prossimo libro sarebbe già pronto ma non penso che per ora pubblicherò altri libri. Voglio godermi questo, dobbiamo rallentare in questa società, non correre più di quanto già corriamo. Poi devo dire che non pensavo che la pubblicazione mi emozionasse così tanto, ma quando mi sono arrivate le prime copie a casa, devo dire è stato difficile trattenere l’emozione. Per quanto riguarda l’ispirazione c’è così tanta materia intorno a noi che una vita non basterebbe.

Ringraziamo ancora Luigi Bray per la meravigliosa intervista.
A presto, si spera anche fra le nostre pagine, e in bocca al lupo per la sua carriera!
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