7886469

– DI STEFANIA IANNIELLO
deepestblue@live.it

China su carta

“Ciò che voglio da te è svuotarti la testa, ma mi dicono di essere realista, di smettere di macchiare il letto.”
La china impregna il pennello numero 1 e lo sento pesante tra le dita. Pesa di un nero pece e di un’asciugatura troppo rapida che toccherà a me gestire e diluire.
Ecco quello che sento: il peso.
Il pennello numero 1 che mi porto in cartellina dal primo anno di Accademia, ha la circonferenza di un uncinetto. È piccolo. Serve a rifinire i particolari.
Un professore d’illustrazione del quale seguii solo una lezione per poi abbandonare il corso, in quell’unica lezione, tra un argomento e l’altro, spiegò alla platea che per quanto lui volesse, non riusciva a dipingere se non con un pennello (che tirò fuori da un portamatite).
Era di grandezza media, a punta tonda, con una parte del manico consumata che lasciava intravedere il legno sotto la vernice e le estremità morbide che puntavano tutte verso direzioni differenti, forse a causa del troppo utilizzo o della sbagliata smucciatura. Pensai che non essendo un vero pittore, ma un semplice illustratore (che allora consideravo di serie B) limitava le sue potenzialità utilizzando quell’unico pennello, in quanto un quadro o un qualsiasi supporto che vada dipinto, a seconda delle superfici, delle vernici, delle immagini da riportare e tanti altri particolari, richiede una diversificazione di strumenti.
Forse fu proprio per via di quella stupida asserzione che abbandonai il corso.
Sono passati più di quattro anni da allora e mi ritrovo a sporcare fogli 30×50 cm o anche di più, con il mio fedele Da Vinci verde numero uno. Soltanto adesso mi rendo conto di quanto la distanza di quattro anni abbia cambiato le mie ragioni e mi sento schiacciare da ogni singola macchia di pittura che nasconde il verde, della quale mi sono preoccupata troppo o troppo poco in passato e che non sono stata capace di rimuovere.
Ora non è più possibile.
Me le sento tatuate addosso con la stessa colla che tiene ferme le mie dita e le allenta giusto lo spazio necessario per riporre lo sporco, il vecchio, i calli sulle dita e le notti insonni, il vuoto che riempie senza un attimo di pausa, nella cartellina ai piedi della scrivania della mia stanza. Per quanto sia impegnativa adesso la china mi serve.
Mi serve un filtro attraverso cui affrontare tutti i colori che il mio cuore vede, perché se m’invadessero troppo violentemente adesso non riuscirei a nascondermi dietro l’arma che impugno con leggerezza e che tante volte si è ingrandita a dismisura per difendermi, portando la mia testa là dove nessuno potesse entrarci. Il bianco e nero anche se sfumato alla perfezione è netto. Divide, classifica e rende tutto più chiaro. La confusione sembra sparire almeno il tempo di finire il disegno per rendermi conto che non mi piace, che è tutto sbagliato. C’è rigidità, ci sono regole da rispettare e alle quali vengo immancabilmente meno, ma forse alla fine poco importa. Forse importa di più quell’ora e un quarto nella quale esisto solo io a ridefinire i contorni per rendere tutto più sopportabile e mettere ogni cosa al posto giusto, anche se per finta. È una canzone come un’altra, una canzone in cui ci sono io, in cui ci sono tanti, come molte altre canzoni. Un pezzo scritto da un artista che mi piace e che metto a volume non troppo alto mentre provo a dipingere per non disturbare mia madre che dorme. Non riesco a descriverla, non riesco nemmeno a toccarla, forse perché non riesco ad allontanarmene a sufficienza da poter guardare quello che c’è dentro e ritrarlo.
“Tutto ciò che vorrei imparare da questo, sarebbe di riuscire a lasciar andare”
Invece la colla è ovunque: nei cassetti, nell’armadio , nei tasti del piano, sotto le coperte e tra le pieghe dei vestiti sparsi per terra. Si snoda infinita lungo tutto il percorso della giornata, per fare capo, nella mia cartellina, al pennello. Per chiedermi di smetterla di nascondermi dietro uno stupido attrezzo da pittura, smetterla di averne paura ed usarlo per farne un alleato assieme al quale riuscire ad alzare lo sguardo e vedere cosa c’è dentro i colori di quella musica, fosse anche un albero spoglio e senza radici! Ritrarlo non come vorrei che fosse, ma come realmente è: brutto! È facile disegnare degli amori e delle angosce, dei disordini e delle gioie cantate da qualcun altro.
Non mi sono mai fatta un vero ritratto.
Non riesco a guardarmi allo specchio.
“Ho detto vattene, non c’è niente per te e se mi odi, beh, lo fai veramente bene tanto da non lasciarmi fuori dall’inferno, da quest’inferno quando ci sei tu”.