– DI GENNARO DEZIO

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La crisi di Crimea che in questi giorni ha portato i più a parlare di un ritorno di Guerra Fredda, non nasce solo da Euromaidan, ma ha origini storiche e politiche molto più profonde e complesse. La divisione dell’Urss, traumatica ma praticamente senza violenze e seguito militare, (a differenza di quella jugoslava) non ha ancora cessato di produrre effetti dal punto di vista geopolitico. Molte sarebbero le cose da dire anche rispetto alla situazione di paesi quali Polonia e Repubbliche Baltiche, mai come in questi giorni preoccupate, dalla piega corrosiva per la stabilità politica dell’area, che la politica di Putin sembra avere intrapreso. Le dinamiche storiche, sociali, militari ed economiche che hanno determinato la crisi in corso sono tante, richiederebbero analisi specifiche, settoriali e sicuramente molto vaste.

 

Decisive, sicuramente, le manifestazioni di Euromaidan, determinate dalla sospensione, da parte del governo ucraino, di un accordo di associazione tra Ucraina ed Ue, inizialmente pro-Europa , successivamente hanno avuto come obiettivo la generale situazione di corruzione e di violazione dei diritti umani in Ucraina, nonché la decisione del Presidente Janukovyc di stringere nuove e più strette relazioni economiche con la Russia. Dopo giorni di scontri, secondo alcuni vera e propria guerra civile, il Parlamento Ucraino depone con procedura di impeachment lo stesso Janukovyc, nel frattempo già fuggito all’estero al culmine delle proteste del 22 Febbraio. Proprio le proteste di quei giorni con l’epilogo della deposizione di Janukovyc costituiscono il primo “fronte caldo” della crisi diplomatica tra USA ed Europa da un lato e Russia dall’altro. Secondo Putin ed il Governo Russo le proteste sarebbero state finanziate e supportate logisticamente dall’occidente, nonostante le tensioni ultranazionaliste man mano emerse, quando a studenti universitari e lavoratori precedentemente in prima linea, si sono affiancati gruppi violenti di estrema destra, che hanno poi dato alle manifestazioni stesse una connotazione più violenta e spiccatamente politica soprattutto in funzione anti-russa.

 

Nei primi giorni di Marzo, seppur con truppe prive di contrassegni sulle uniformi, la Russia è intervenuta in Crimea, regione a prevalenza russofona che, nel ’92 pur accettando di rimanere in territorio ucraino si autoproclamò indipendente. La giustificazione fornita dal Governo russo, quella cioè, di essere intevenuta su richiesta del Parlamento locale della Crimea a tutela delle popolazioni di etnia russa fino a quando la situazione non si sarà stabilizzata, ha provocato le reazioni contrarie di UE ed USA che hanno accusato la Russia di avere destabilizzato la sovranità ucraina in violazione del diritto internazionale.

 

Il quadro è stato reso ancor più complesso, sia da manifestazioni filorusse in altre zone dell’Ucraina, come nella grande ed importante dal punto di vista economico regione del Donbass, che probabilmente hanno anticipato ulteriori tensioni disgregatrici, sia dal fatto che il Parlamento crimeo abbia non solo votato per l’autonomia della Crimea dall’Ucraina con 78 voti favorevoli su 81 votanti ma anche anticipato il relativo referendum, già previsto per fine Marzo, al giorno 16. Referendum, il cui valore legale è già stato negato da USA ed UE. Nonostante i tentativi dell’Occidente di provare a parlare alla Russia, in sede diplomatica con unica voce, al netto dei comunicati condivisi e degli incontri plurilaterali, le posizioni non appaiono così omogenee. I rapporti economici e commerciali con la Russia hanno un peso specifico elevatissimo, basti pensare alla dipendenza energetica dal gas russo della maggior parte dei paesi UE, Italia e Germania in primis. Dipendenza che, in caso di ulteriori tensioni e in previsioni delle prossime annunciate sanzioni potrebbero costituire un problema serio per il prossimo Inverno. Difficile dire, essendo la situazione fluida più che mai, come questa crisi potrà in qualche modo essere risolta diplomaticamente.

 

Molto ci sarebbe da dire su come la Comunità Internazionale si sia, in passato, a ragione o a torto espressa in situazioni simili. Ad oggi si può dire che gli attori in questione hanno mantenuto le rispettive posizioni, nonostante gli USA e la UE abbiano ripetutamente minacciato sanzioni contro la Russia. Sanzioni che pur spaziando da restrizioni sui visti fino a vere e proprie  misure economiche e commerciali hanno ben poco scalfito la determinazione di Putin nel mantenere la propria posizione.