– DI MARIO CANDELA

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Negli ultimi mesi la priorità del rispetto dei vincoli di bilancio sta interessando gran parte della pubblica opinione, partendo dall’Unione Europea per terminare ai nostri comuni.
Il salvataggio del Comune di Roma ha rappresentato quanto possa essere gravoso per un Paese salvare una singola città; si potrà contestare adducendo che si tratti della Capitale, ma tale accadimento risulta molto pericoloso se utilizzato a pretesto da amministratori inefficienti o, peggio, infedeli.

Tornando alla città di Napoli, il sindaco Luigi De Magistris, ospite al convegno organizzato dalla Ugl, ha invocato un decreto SalvaNapoli: “fa rabbia anche a chi come me pensa che non si debba andare a Roma con il cappello in mano, che prima Alemanno poi Marino ottengano una legge speciale per la capitale e invece per Napoli ci si giri dall’altra parte” ( Napoli, 21 febbraio 2014).

La verve del sindaco non riesce a nascondere le enormi criticità presenti nei conti dell’ente, difatti la Corte dei Conti mette nero su bianco “l’incapacità” di riscossione delle imposte dovute: tra il 2009 e il 2011 i tributi propri (dalla Tarsu all’Ici/Imu) e le multe per infrazioni al codice della strada presentano un tasso d’evasione superiore al 50%. Basti pensare che nell’anno 2012 le stesse voci di bilancio pesano per l’88% delle entrate correnti, pari a circa 1,15 miliardi di euro.

La criticità sta proprio in ciò, tra gli attivi di bilancio vengono iscritti tutti gli accertamenti rilevati, a prescindere dal fatto che vengano effettivamente riscossi o no; difatti, il basso tasso di crediti riscossi fa sì che vi siano scompensi di cassa annui nell’ordine di circa 600 milioni di euro.

Una situazione che si protrae da decenni e che aveva portato l’amministrazione a compiere un’azione straordinaria sui conti già nel 2011, quando una revisione dei residui attivi e passivi ha generato un disavanzo di amministrazione di 850 milioni di euro, rivisto l’anno dopo, in sede di rendiconto, a 783 milioni. A seguito di tale svalutazione, nel dicembre scorso i magistrati contabili hanno richiesto ulteriori analisi, visto che il rendiconto presentava una rilevante massa dei residui attivi del titolo I e III, rispettivamente Entrate Tributarie ed Entrate Extra-tributarie, pari a circa 1,24 miliardi di euro; tali precisazioni, seppur consegnate ai magistrati, non hanno giustificato la capacità di riscossione di quei crediti.

La soluzione attuata finora è passata attraverso il “Piano di Riequilibrio”, fondato quasi esclusivamente sulle dismissioni immobiliari, con la prospettiva di un abbattimento del disavanzo corrente (non del debito pregresso, ndr), grazie ad un flusso di circa 730 milioni di euro in ricavi.

Il piano è stato a dir poco velleitario, prova ne è che il valore del patrimonio stimato ha entità sei volte maggiore rispetto a quello inventariato. Quanto detto vale anche per la riduzione delle spese del personale, oggi sopra il limite del 50% delle uscite, disposto dalla legge: secondo la Corte le previsioni di costi del personale sono sottostimate dai 52 milioni di euro del 2014 ai quasi 100 milioni di euro del 2022 e ciò “non può non destare forte preoccupazione”. Tali incongruenze nella rendicontazione e nel progetto decennale di riequilbrio di bilancio portano il Presidente della Sezione campana della Corte dei Conti, Ciro Valentino, a firmare la delibera che rifiuta il piano (documento integrale delibera n.12/2014).
Nel frattempo, Palazzo San Giacomo aderisce al decreto n.174/2012 Tuel (decreto legge n. 174/12) sul predissesto, che garantisce aiuti di Stato per 240 milioni di euro.
La situazione sembra portare ad un inevitabile fallimento, senza l’intervento dello Stato, eppure vi possono essere soluzioni attuabili, nel breve e medio periodo, affinchè vi sia un reale risanamento delle casse comunali.