– DI CARMELA DAVIDE
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Il Made in Italy è una filosofia ma soprattutto una storia. Un modo di concepire la vita, il lavoro e la produzione. Il nostro è un Paese che ha sempre puntato sulla manualità e sull’artigianato, sulle tradizioni e sulla trasformazione. Un Paese ricco di cultura, di dettagli che fanno la differenza e ne creano la bellezza. Eppure, all’interno di questo fatichiamo a riconoscere quelle che sono le nostre potenzialità. Ciò di cui qui si parla non è solo un settore, ma una ragnatela che intreccia università-formazione-produzione e lavoro. Un’eccellenza che sta sempre più lasciando il territorio italiano per raggiungere quello estero. I bilanci di chiusura del 2013, infatti, hanno mostrato come nell’anno appena concluso i livelli di attività del Made in Italy, soprattutto il settore sartoriale e quindi della moda, siano in calo. Oggi i giovani imprenditori che cercano di investire sul proprio talento, aprendo un’azienda nel proprio territorio, vedono una spinta inerente al guadagno che si proietta verso l’esportazione. È proprio grazie all’export che il settore della moda è riuscito quantomeno a rallentare i ritmi di caduta della domanda interna. Si può dire, quindi, che la produzione del Made in Italy nel nostro Paese da qualche anno viaggia su due andature diverse: da una parte l’agilità dell’export e dall’altra la flemma del mercato interno. A sostenere la crescita di una garanzia come quella italiana – oltre ai ‘classici’ Francia, Russia, Germania e Cina – spiccano anche Corea del Sud, Ucraina e Austria. La crisi del dettaglio italiano è epocale, un macigno per chi produce solo internamente. Solo fuori dalle mura domestiche sembra esserci la via di uscita da questo tunnel dove le imprese – del settore moda e non solo – devono cercare spunti per la propria crescita. Il Made in Italy rappresenta oggi, soprattutto per i nuovi investitori, una preziosissima carta da giocare. Sembrano parole astratte, ma sono invece elementi vivi per quel pezzo di economia reale fatto di imprenditrici e imprenditori, lavoratrici e lavoratori che ogni giorno cercano di portare avanti un pezzo importante della cultura e del lavoro prettamente italiano. Probabilmente, se fosse non più solo il mercato estero a scommettere sull’artigianato e la produzione manuale, l’Italia potrebbe sostenersi in maniera del tutta autonoma verso un progresso e una ‘possibile’ alternativa verso l’uscita dallo status di crisi in cui si versa oggi. L’idea è quella di puntare su una riforma per lo sviluppo italiano, sia economicamente che culturalmente: usare il Made in Italy come crescita per far tornare gli italiani ad appassionarsi al futuro della propria nazione. Ciò che serve alle giovani imprese è proprio un appoggio istituzionale: il governo deve concentrarsi per far ripartire i consumi interni e rendere le imprese più competitive; investire sulla manifattura, rilanciare il lavoro degli artigiani e metterli nelle condizioni di poter investire sulle proprie radici per poter crescere e svilupparsi. Valorizzare il Made in Italy dovrebbe allora essere un obiettivo condiviso da tutti, perché significa difendere e far crescere il benessere e la qualità della vita italiana. È una questione di sviluppo, di reputazione, di credibilità ma soprattutto di rivalutazione e valorizzazione.