– DI CAROLINA ROSSI
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È come se con il passare del tempo ci fossimo tutti un po’ rammolliti, prima era diverso, donne e uomini erano di roccia, potevi colpirli, ammaccarli, in loro non vi era il minimo cenno di cedimento. Qualche giorno fa, nel salotto di casa mia, si parlava di parti, naturali e cesarei, da un lato c’erano due signore anziane, una madre di cinque figli, l’altra di ben dodici. In opposizione, pronte ad uno scambio di idee e botta e risposta, le loro rispettive due figlie, di cui una era mia madre, reduce da due cesarei. Adesso pensateci, tra questi due “schieramenti” passa solo e soltanto una generazione, eppure in passato c’era chi non si svincolava al dolore, oggi si usa il parto cesareo per tutto.
“Ho fatto un nuovo tatuaggio sul polso!” – “Bello, fa male?” “Sono andata dal dentista, ha detto che devo, al più presto, togliere il dente del giudizio, speriamo che almeno mi faccia l’anestesia.” Anestesia: indica genericamente l’abolizione della sensibilità, della coscienza e del dolore, associato a rilassamento muscolare. È come se fossimo un po’ tutti anestetizzati, perciò al minimo sforzo, graffio o avvelenamento sentimentale, ci sembra di sprofondare in un burrone, ripido quasi quanto la nostra paura di stare male. Tiriamo in mezzo Dio o il destino. Tratteniamo le lacrime, facciamo finta che vada tutto bene, ma chi di noi non ha provato, almeno una volta, la voglia di gettare in aria tutto quello che abbiamo davanti o di urlarlo, quel dolore? Anche se è tutto contraddittorio, perché se ci pensate, il dolore più grande, a mio parere la morte, avviene in silenzio. La persona va via in silenzio e lascia la stessa, identica, perdita di fiato anche alle persone che lo amavano. Tutti provano questo sentimento, grandi e piccoli, senza esclusioni. Ed è “bello” osservare, quanti modi ci siano di viverlo, di anestetizzarlo. Il dolore è sordo. Il dolore è muto. Non troveremo mai le parole per spiegarlo, neanche ad un genitore, neanche al migliore amico. Ognuno di noi lo affronta in modi differenti, ma alla fine è lui il protagonista, ed è l’unico a non cambiare mai. È talmente potente che quando arriva riesce a fare due cose contemporaneamente: insegna, ti dice che sei vivo. Poi passa e ti lascia completamente cambiato, più saggio, più forte, meno credente. In qualsiasi caso, lascia il segno. Quel segno, quella ferita inferta, si cicatrizza e da un giorno all’altro il ciclo delle abitudini torna a mettersi in moto da solo, senza nessun tasto di avvio.
Non so se abbiate mai sentito quella frase che spopola sui social: “Il cuore te lo spezzano una volta sola, il resto sono solo graffi”. Quanto può essere vera questa frase? Il dolore più forte lo si prova poche volte, alle successive, si è pronti, si sa già come combatterlo. È un po’ come il primo amore: ce ne saranno tanti nella vita, potranno piacere più persone e se ne lasceranno altrettante, ma il primo, anche se dovesse ribussare alla porta dopo parecchio tempo, piacerà sempre.
Il primo dolore, la prima ferita, ogni volta che torneranno a galla, sanguineranno sempre. Meno antidolorifici, più pianti, sicuramente avremo parecchi mal di testa in più, ma avremo la pelle dura e soprattutto ci sentiremo più liberi. Ma dopo il suo passaggio, non saremo più gli stessi!