– DI DAVIDE GORGA, ILARIA GIANCANI

stellenelblu74@hotmail.it, ilaria.giancani@gmail.com

 

«Salari depressi, ritmi di lavoro frenetici, vertiginosa crescita del lavoro contingente, aumento della disoccupazione tecnologica a lungo termine, crescente disparità di reddito tra ricchi e poveri e drammatica contrazione dei ranghi della classe media stanno mettendo sotto una pressione senza precedenti la classe lavoratrice americana.»[1]

 

Nel 1995 Jeremy Rifkin, economista statunitense, consulente per la presidenza della Commissione Europea, pubblicò un volume singolare, «La fine del lavoro», in cui analizzava l’impatto della progressiva introduzione della tecnologia, dalla Rivoluzione Industriale in avanti, sul mondo del lavoro e, nello specifico, negli aspetti occupazionali. Il risultato, dati alla mano, era univoco: le innovazioni tecnologiche, dalla macchina a vapore sino all’impatto, altrettanto radicale, della “rivoluzione digitale”, hanno comportato un incremento costante della produttività per singolo occupato e, parallelamente, una crescente disoccupazione. In un primo momento, la sovrapproduzione è stata ampiamente bilanciata da una riduzione dell’orario di lavoro; alla fine del ventesimo secolo, invece, i costi ineliminabili di un singolo lavoratore hanno reso di fatto impossibile ridurne ulteriormente l’impiego se non ricorrendo a forme di part–time e di precariato che hanno gravemente minato il tessuto sociale senza, peraltro, risolvere alla radice la contrapposizione tra produttività umana e produttività tecnologica. O, meglio, sempre più ipertecnologica.

Semplificando molto il concetto, possiamo riassumere le constatazioni di Rifkin in questo modo: se un tempo occorreva l’impiego di cento uomini per sei giorni (e per dodici ore al giorno) per produrre una determinata quantità di beni finiti, oggi la stessa quantità può essere prodotta da dieci uomini in altrettanti giorni (ma lavorando solo sei ore al giorno). La conseguenza inevitabile sarebbe un aumento della disoccupazione del 90% se la manodopera non fosse riassorbita, almeno in parte, in altri settori, quali l’artigianato, il terziario in genere e, più specificamente, la fornitura di servizi. Oggi, tuttavia, un artigianato morente e le più recenti innovazioni nell’ambito del settore terziario non sono più in grado di assorbire un così grande numero di lavoratori.

Una realtà presagita da molti che prospettavano nel progressivo affrancamento dal lavoro una maggiore libertà e felicità degli esseri umani, in grado di dedicarsi pienamente allo sviluppo del loro potenziale. In realtà, le cose andarono diversamente.

Da un lato, i profitti delle multinazionali, ormai padrone del mercato, sfuggono ad un sempre velleitario controllo statale e il sogno degli utopisti di una “ridistribuzione dei profitti” è sempre più lontano. Dall’altro, ogni singolo lavoratore ha un costo vivo e fisso per l’azienda per la quale lavora: infortuni, malattie, indennità, previdenza in genere, oltre, ovviamente, allo stipendio di base, non permettono, ad esempio, una rotazione per il medesimo posto di lavoro – per intenderci, non sarebbe possibile ipotizzare una condivisione del posto di lavoro fra più persone, tale per cui ognuna lavorasse solo alcuni giorni al mese. La politica delle aziende, al contrario, si è orientata verso uno sfruttamento intensivo dei dipendenti, soprattutto in termini previdenziali, attingendo a piene mani al precariato, in questo incoraggiata anche dalle politiche di tassazione che ovunque, nei Paesi industrializzati, hanno contribuito a stroncare le assunzioni a tempo indeterminato.
Quanto accade in Italia, riguardo a pressione fiscale, è nettamente sopra la media europea. In un periodo in cui si parla sempre di competitività, avere un’incidenza della tassazione sui profitti del 66% è l’ultima goccia per affondare la nave delle piccole medie imprese italiane. Pensare di assumere a tempo indeterminato un dipendente, per quanto utile all’impresa per ottenere un prodotto o servizio qualitativamente più elevato, diventa un rischio troppo grosso da sostenere per la salute del proprio bilancio. Lo stipendio costa all’azienda, in media, una volta e mezzo quanto effettivamente percepito dal lavoratore, pur mantenendo il livello delle retribuzioni sotto la media europea, a cui si aggiunge un altro aspetto che colpisce duramente le imprese italiane: la burocrazia che fa perdere speranza, non solo agli italiani, ma anche ai possibili investitori esteri.

 

A queste problematiche meramente economiche, si aggiungono anche aspetti sociali di non poco conto. Prima fra tutte, a nostro avviso, lo spostamento del lavoro all’estero, in Paesi dove il costo della manodopera è inferiore, così come sono inferiori le tutele a protezione dei lavoratori e dove molto spesso anche il concetto di rispetto dei diritti umani è molto diverso da quello presente nel nostro Paese. Questo pone le imprese italiane in condizioni di concorrenza insostenibili, alle quali solamente le multinazionali e coloro che possono permettersi il trasferimento delle sedi produttive in tali Paesi, o l’outsourcing,  possono sopravvivere. È in questo contesto che si pone la tematica dello sfruttamento dei lavoratori: in settori dove la concorrenza è data da imprenditori privi di scrupoli – ed operai spesso immigrati clandestinamente ed assunti in nero, (incontro che diviene troppo spesso scenario di tragedie) – alle imprese italiane non resta che spremere fino all’ultimo risorse economiche ed umane.

 

Nel breve e medio termine, inoltre, si pone anche l’annosa questione del finanziamento delle pensioni: con il contributo di quali lavoratori riuscirà lo Stato italiano a mantenere i pensionati attuali e futuri?

Quesito la cui risposta non può che riportare ad un orizzonte politico nettamente più ampio di quello normalmente considerato, che si pone in una prospettiva di pochi anni anziché di decenni.

 

Al di là dei provvedimenti che nel prossimo futuro potrebbero (e dovrebbero) essere adottati, una soluzione ai risvolti sociali delle innovazioni tecnologiche non può che mirare ad una salvaguardia nel lungo, se non lunghissimo periodo, dei lavoratori, dell’ambiente, della società. Prospettiva abbastanza lontana dalla classe politica che, cinico ma inevitabile ammetterlo, amministra una nazione per pochi anni.

 

Proviamo quindi a proiettarci nel futuro che vedranno i nostri figli ed i nostri nipoti, prima ancora che nell’immediato. La prima constatazione è che l’industria pesante ha ormai esaurito il suo ruolo, con la conseguente e forzata riconversione di una grande fetta del mercato del lavoro. La seconda, che l’industria tradizionale si sta avvicinando ad un punto di non ritorno: le maglie sin troppo lasche della legislazione e del controllo, su scala globale, hanno generato livelli d’inquinamento prossimi a quelli in grado di causare dapprima diffusione di malattie su larga scala (la “terra dei fuochi” non è che uno dei tanti, tristi, esempi), quindi d’essere incompatibili con la vita stessa, essenzialmente attraverso la tossicità dell’aria e l’impoverimento del suolo. La riduzione costante di percentuale di sostanza organica del terreno (ed in particolare dell’humus), dovuta anche all’abuso di concimi chimici, infatti, oltre a diminuire la capacità della terra di inattivare sostanze nocive, porta alla sterilità e, in ultimo, alla desertificazione. Lo sfruttamento di risorse energetiche non rinnovabili comporta per definizione un esaurimento delle stesse, ed in un mondo letteralmente affamato d’energia le ultime, esauste riserve di combustibile fossile non saranno altro che inneschi per conflitti su scala locale o globale. Infine, il consumo di materie prime – dal litio all’indio, per non parlare del comune rame – non può disgiungersi dalla circostanza che le stesse sono in via di esaurimento e che non vi è alcun modo né di produrle, né di reperirle altrove[2].

 

In questo scenario, la disoccupazione, figlia dello stesso impeto scellerato di un sistema economico incurante del futuro, miope e finalizzato alla realizzazione del massimo profitto con il minimo sforzo, non potrà che raggiungere livelli vertiginosi, peraltro neppure più arginabili con ammortizzatori sociali efficaci in una società in cui gli Stati, poco per volta, abdicano al loro ruolo di regolatori della vita sociale a favore del privato.

 

«Nei soli Stati Uniti, che rappresentano meno del 5% della popolazione mondiale, si consuma oggi più del 30% delle riserve energetiche e delle materie prime del mondo.»[3]

 

La crescente disoccupazione non può che avere, unitamente ad una causa, anche una soluzione comune allo sfruttamento illogico, eccessivo e dissennato del pianeta. Occorre riprogettare il modo stesso della produzione e non semplicemente gli aspetti marginali, in modo che i beni siano concepiti sin dall’origine, ad esempio, in funzione della facilità di riciclo integrale e, comunque, subordinato alla più estesa longevità possibile. Nelle ere pre-industriali il problema non si poneva: per tutto il Medio Evo legnami, stoffe, pietra costituirono l’ossatura della produzione di massa; solo oro, argento e ferro erano richiesti in quantità (fabbisogno irrisorio, comunque, rispetto a quello attuale). Ad oggi, nonostante ed anzi proprio a causa degli enormi progressi tecnologici, l’intera produzione industriale rischia il collasso. Occorre un’inversione della scala delle priorità; non è possibile né tantomeno realistico puntare su una crescita continua della produzione, sia per l’impossibilità di continuare ad alimentare il circuito produttivo, sia per la mancanza di un mercato di sbocco, nella circostanza di una popolazione sempre più povera.

Al contrario, un elevato tenore di vita dovrà coincidere con la diminuzione dei consumi, sia in termini energetici sia di consumo a livello di materie prime. Le tecnologie dovranno fornire gli strumenti per un recupero selettivo dei materiali impiegati per la produzione – e dall’altro capo della catena, la produzione stessa dovrà assicurare la facilità di recupero rendendo la stessa parte integrante del processo di realizzazione; dovranno indicare i materiali più facilmente riciclabili (come l’alluminio) o biodegradabili (come il legno o la carta). La tecnologia dovrà prendersi cura dell’assetto ecologico e paesaggistico, nota dolente in un Paese quale il nostro, perennemente a rischio di dissesto idrogeologico; dovrà conservare, valorizzare ed enfatizzare il patrimonio culturale ed artistico. Dovrà assicurare la vita delle città abbattendo i consumi energetici ed al contempo garantire un sufficiente approvvigionamento di energie da fonti rinnovabili, come già ora possibile con il “progetto Archimede”[4] che sfrutta l’energia solare grazie alle intuizioni del grande matematico siracusano coniugate con le più recenti scoperte fisiche.  Impresa enorme!

L’unica, tuttavia, che possa rendere vivibile il pianeta per gli esseri umani. Di certo, non sarà attuata né oggi, né domani, né nei prossimi anni. Occorreranno tempo, pazienza ed una volontà incrollabile di cambiamento radicale non solo nella visione economica globale ma, anche, politica e strategica. D’altro canto, è esattamente questa la carta vincente – l’unica carta – per dare una risposta ai problemi occupazionali che oggi attanagliano il mondo. Le aziende, le industrie, le multinazionali, dovranno produrre non solo i beni che configurano allo stato attuale il loro scopo principale ma, anche, garantire l’impiego di parte del loro budget economico per finanziare la ricerca, lo sviluppo e la realizzazione concreta di quei progetti di razionale amministrazione del patrimonio ambientale, paesaggistico, artistico, di approvvigionamento energetico sostenibile e di tutela della salute sopra accennati.

E saranno queste le professionalità e gli sbocchi professionali del futuro. La lotta alla disoccupazione non può che trovare la propria soluzione in un ripensamento globale del processo produttivo.

 

Ecco che una ditta impiegherà, per novantacinque dipendenti addetti alla produzione “primaria”, almeno cinque alle misure di tutela ambientale minima. Numero, quest’ultimo, destinato a crescere di pari passo con la consapevolezza dell’amministrazione responsabile del pianeta, sino a ricoprire fette sempre più grandi del fatturato annuo, in modo da creare posti di lavoro reali, non fittizi, a riequilibrare il divario tra classi abbienti e ceti poveri o alle soglie della povertà, ed infine a far scemare poco per volta il potere dei grandi colossi finanziari e industriali, che di fatto li sottrae al controllo statale, restituendo ai governi quel ruolo di regolatori della vita sociale che, col tempo, hanno perso.

 

Non è una battaglia che potremo vincere oggi né portare avanti da soli. Occorreranno generazioni per creare una cultura dell’occupazione e dell’ambiente (termini che troppo spesso, forse artatamente, sono messi in conflitto), decenni o forse secoli – ma la strada più lunga inizia sempre con un solo passo.



[1]  Jeremy Rifkin, «La fine del lavoro», nuova edizione, traduzione di Paolo Canton, Milano, Mondadori, ISBN 978-88-04-53653-6 – pag. 316.

[3] Jeremy Rifkin, op. cit., pag. 391.