– DI AGNESE CAVALLO

agnese.cavallo@liberopensiero.eu

Il lavoro più vecchio del mondo è ancora un punto cruciale della politica italiana. La legalizzazione della prostituzione, infatti, è più volte oggetto di discussione dentro e fuori il parlamento. Si percepisce ancora come argomento tabù; i toni si fanno alti e profonde sono le spaccature all’interno degli schieramenti politici e dell’opinione pubblica. La questione è stata riaperta lo scorso Febbraio dalla senatrice del PD Maria Spillabotte, che  ha  presentato un ddl  per regolamentare la prostituzione, definendo legalmente il ruolo di chi vende prestazioni sessuali. Ad oggi, in Italia vige la legge Merlin del 1958 di tipo abolizionista, secondo cui non è reato la prostituzione, e non è perseguibile penalmente chi paga una prestazione sessuale; è reato, invece, lo sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione.

La legge Merlin si basa sul modello legislativo abolizionista, mentre il ddl di Spilabotte su quello regolamentarista. Entrambi i modelli condannano lo sfruttamento e il favoreggiamento, non la prostituzione. Allora, cosa si intende per regolamentazione della prostituzione e perché sceglierla?  Il testo del ddl prevede che “gli enti locali di comune accordo con gli organismi del privato sociale operanti in tale settore, con le associazioni delle prostitute e, qualora esistano, con i comitati dei cittadini, possono individuare luoghi pubblici ai quali è consentito l’esercizio della prostituzione, concordando orari e modalità di utilizzo degli stessi. In tali luoghi è garantita la presenza di presidi sanitari e il presidio del territorio è assicurato dalla presenza di corpi di polizia a composizione prevalentemente femminile”.

Quindi nessuna sanzione per chi,  esercitando la professione di prostituta, usufruisce di una dimora privata, né a chi svolge, ospite, la medesima attività nella stessa casa, così come non è punibile il proprietario del locale in cui si svolge l’attività. Inoltre, chi volesse  svolgere la professione di prostituta o gigolò, deve comunicarlo alla Camera di Commercio presente sul territorio, allegando un certificato di idoneità psicologica e il pagamento anticipato di 6.000 o 3.000 euro, a seconda che si svolga, rispettivamente, un full-time o un part-time. Mentre è obbligatorio l’uso del profilattico, è del tutto facoltativo, quindi non obbligatorio,  allegare un certificato di sana e robusta costituzione che escluda la positività da malattie sessualmente trasmissibili — decisione alquanto contraddittoria, vista l’attività di cui si discute. Infine, le prostitute hanno la possibilità di costituire una cooperativa e assoggettarsi al regime fiscale e previdenziale previsto per legge. Tutto chiaro e diversi sono i vantaggi che, sulla carta, si ricaverebbero rispetto al modello abolizionista.  

Teoricamente, si porrebbe fine al traffico di donne clandestine e allo sfruttamento della prostituzione da parte delle mafie. Teoricamente, la regolamentazione della prostituzione permetterebbe maggiore controllo e monitoraggio delle attività illegali, arginando, almeno in parte, il problema. Teoricamente, ci sarebbe lo sgombro dalle periferie di città di uno spettacolo degradante, di donne, anzi spesso ragazze minorenni, costrette a vendersi di notte, in strada, senza alcuna protezione. Teoricamente, lo Stato potrebbe contare su una nuova fascia di contribuenti. La teoria è ben diversa dalla pratica. Lo sfruttamento e il traffico clandestino di prostitute diminuirebbe ma continuerebbe; di conseguenza nelle strade di periferia si ripresenterebbero le soliti immagini; infine, ci sarebbe chi pagherebbe le tasse e chi le evaderebbe, come in ogni settore lavorativo.

Insomma, le proposte sono valide, ed è certo che non sarà facile  tenere sotto controllo lo sfruttamento della prostituzione, sebbene la regolamentazione ne sia un deterrente. Restano poi aperte alcune questioni: se costruire dei veri e propri “ghetti” in zone periferiche o cercare di creare quartieri appositi, o, ancora, sfruttare vecchi edifici in disuso da riabilitare; e, infine, se la regolamentazione sul territorio sarà di competenza della regione o dei comuni.

Il sindaco di Napoli De Magistris ha più volte provato ad affrontare la questione, cercando di stabilire un dialogo con associazioni laiche e cattoliche, per trovare soluzioni comuni al problema. L’idea del Sindaco, come da lui dichiarato, è quella di “creare un’area cuscinetto dove accogliere le prostitute e controllarle con finalità di recupero e reinserimento”, e ancora “ avere un luogo sociale dove vedere un film,mangiare un gelato e anche appartarsi se lo si vuole. Non un ghetto, ma posti sicuri senza stare al Virgiliano con i giornali o andare in luoghi dove si rischiano rapine e aggressioni”.  Proposte e idee ci sono e sono valide, ma l’iter per l’approvazione del ddl sembra davvero molto lungo; soprattutto se si considera  la questione morale che,  in un Paese profondamente e  perbenisticamente cattolico, non è da trascurare. In ogni caso, l’approvazione del ddl sarebbe un buon inizio per affrontare alla luce del sole una realtà delicata, che non solo rimpinguerebbe le casse dello Stato notevolmente, ma permetterebbe una dialettica tra chi sceglie di svolgere questa attività e la società,  garantendo rispetto della legalità e della dignità  di chi svolge un lavoro che, in fondo, è uno come tanti. Se il lavoro nobilita l’uomo, la dignità del lavoro nobilita la società.