– DI LUCA MULLANU

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L’industria del tessile è il settore che ha fronteggiato al meglio la crisi economica, grazie alla possente produzione mondiale just-in-time che riesce a presentare un’offerta sempre crescente rispetto ad una domanda che difficilmente cala. I grandi marchi occidentali producono massicce forniture mondiali e instaurano rapporti lavorativi tramite sub appalti ad aziende che – spesso – dettano anche la linea politica dei governi nazionali, attraverso le pressioni degli imprenditori del posto. Questi offrono lavoro sottopagato a condizioni disumane. Ma affrontiamo nel dettaglio il problema.

Armatevi di cartina geografica e andate lontano, le grandi aziende che controllano il mercato della moda producono la maggior parte dei loro capi nei paesi come Bangladesh, Cambogia, Vietnam, Cina e Sri Lanka. E’ come aprire il vaso di Pandora, l’inchiesta incredibile di Presadiretta del 17/03/2014 sembra essere un lampo a ciel sereno.

Il settore del tessile ha accresciuto i propri investimenti soprattutto in Bangladesh. Con soli 2 dollari, in una fabbrica di Dhaka, capitale bengalese, si può fabbricare una maglia, tutto incluso (il trasporto, l’imbustamento e il costo del lavoro). Con 20 miliardi circa di fatturato il settore tessile rappresenta l’80% delle esportazioni nazionali e assorbe il 40% della manodopera industriale, con 4.500 fabbriche che impiegano ben 3 milioni e mezzo di operai, per l’80% donne. Le aziende che offrono lavoro sono controllate in maniera verticale da un imprenditore che prende accordi con i delegati delle aziende occidentali, che a fronte delle condizioni di lavoro in cui versano milioni di persone sembrano fare spallucce. All’interno di queste fabbriche si possono trovare veri e propri eserciti armati, al soldo del padrone, pronti a soffocare un eventuale sciopero.

I sindacati esistono, ma i loro esponenti sono continuamente minacciati di morte, perché denunciano lo sfruttamento e i salari bassi. E, anche quando ci si mobilita per una manifestazione, il Governo disperde i cortei con la repressione delle forze armate, che non hanno paura di utilizzare le maniere forti.

Sono tante le aziende di fama internazionale che approfittano degli operai più sottopagati del mondo – secondo un’indagine della confederazione internazionale dei Sindacati – tra queste troviamo: H&M, Zara, Tommy Hilfiger, Levi Strauss, Benetton, catene di distribuzione come Carrefour, Wal-Mart, el Corte Ingles, Coin-Oviesse, che da qualche mese controlla anche Upim.

Nelle fabbriche, i salari e le condizioni del lavoro sono pessime ed atroci, si guadagna in media circa 40,00€ al mese, i lavoratori sono costretti a turni massacranti di 24h, delle quali solo 10 vengono pagate dalle aziende. Una situazione insostenibile, che provoca rabbia tra la popolazione che, infatti, scende in piazza dal 2013 per ottenere un aumento dello stipendio.

E’ da poco che si mette in discussione il modello di sviluppo di questi Paesi, da quando è crollato il Rana Plaza, un palazzo di 8 piani – non a norma – in cui risiedevano ben 8 fabbriche bengalesi con circa 4.000 lavoratori. Era il 24 aprile 2013 quando a morire furono 1.138 persone e più di 2.000 feriti, che – prima del crollo – producevano per molti marchi occidentali come l’italiana Benetton (la quale in una nota ha specificato di produrre solo un campionario), la spagnola Mango e l’inglese Primark. Quello del Rana Plaza è indubbiamente il più grave incidente nella storia industriale del Bangladesh, ma non è certo l’unico. Nella stessa città di Dhaka, il 16 novembre 2012, la fabbrica tessile Tazreen è stata distrutta da un incendio: l’unica uscita di sicurezza era sbarrata e 125 operai sono morti tra le fiamme. Nei cinque anni precedenti almeno altri 500 operai tessili erano morti a causa di incendi nelle fabbriche.

A ricordare la coscienza sporca che ha l’Occidente ci pensa la campagna Abiti Puliti (Clean Clothes Campaign), la quale ha chiesto esplicitamente alle grandi marche di sostenere con un risarcimento le famiglie che hanno subito le perdite dei propri cari. Sul sito si può, però, leggere che, ad oggi, non è cambiato molto e i tempi sono ancora lunghi per i risarcimenti.

Tra le tante aziende committenti, in Bangladesh, una gran parte erano e sono italiane, come testimoniato dal padrone di una delle fabbriche di Dhaka, intervistato a sua insaputa dai giornalisti di Presadiretta. Questa parte di mondo, spesso dimenticata da tutti, è la testimonianza del paesaggio disumano che ci ha imposto la globalizzazione. La stessa globalizzazione del mercato alla quale si sarebbe dovuto rispondere con la globalizzazione dei diritti. Sono tante le famiglie rovinate da questo modello di sviluppo che non solo è ingiusto, atroce e disumano, ma anche insostenibile per il mondo stesso. È criminale questo modo di fare industria, soprattutto se pensiamo che nel caso in cui si dovessero innalzare i salari minimi grazie alla pressione dei sindacati presenti in questi Paesi, le multinazionali occidentali si sposterebbero in un altro Stato in cui è possibile sfruttare ad un prezzo minore altri milioni di lavoratori.

E, se ad oggi gli imprenditori dichiarano che il made in Italy costa troppo, quindi si delocalizza e si produce altrove, la domanda è: l’Italia è sì, il Paese della moda, ma è questo il prezzo da pagare?