– DI EMANUELE TANZILLI
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Vent’anni fa veniva assassinato Giuseppe Diana; ancora oggi, tutti i giorni, quella parte di noi muore soffocata dallo spasimo, rannicchiando le ginocchia al petto nella vergogna.

Il pomeriggio declina lentamente, curva la schiena all’orizzonte per accompagnare il sole, lungo il profilo dell’inverno ormai morente. In Italia ricorre la diciannovesima giornata nazionale della Memoria e dell’Impegno, promossa da Libera Contro le Mafie: nel ricordo strenuo di Don Peppino, piagato dalla vigliaccheria in un oltraggio più doloroso di calci, schiaffi o pugni.

“Per amore del mio popolo non tacerò”, l’emblematica frase che ne racchiude il senso, un timido bocciolo da consegnare alla primavera mentre si leva e s’innalza con pacata timidezza, sferzata ancora dal gelo della pioggia e dell’indifferenza. Questa volta è il popolo a tacere, ad ammutolirsi in un silenzio fatto dello stesso piombo dei proiettili, complice e carnefice per quell’oblio vigliacco.

Non tutti sono in grado di raccoglierne il significato, chi per accidia, chi per principio, chi per disinteresse. I cartelli sono lì, messi in fila uno accanto all’altro a recare i nomi delle vittime, marmorei come lapidi pur nella loro esilità di carta e pennarelli. È il 21 marzo, entra l’Ariete nell’equinozio e con pacata umiltà ci si prepara alla commemorazione. Ma c’è davvero poca gente, una trentina forse i presenti, forse qualcosa in più, gli scalpiccii delle suole stridono sul porfido e sono moniti esiziali lanciati al cielo come strali. Dove sono tutti?, ci si domanda, ma è pura retorica. Dove sono quelli che dicono di voler cambiare il mondo, dove sono i difensori della legalità, i paladini della giustizia, i profeti dell’avvenire? Nessuno sa rispondere. Erano in tanti, una manciata di mesi prima, sull’onda emotiva della morte di un concittadino; allora le urla sovrastavano il rumore dei passi, e la fiammella in cima alle candele s’arrampicava sulle spalle della notte, fino ai lampioni, fino alle stelle esauste di lacrime e cordoglio. Oggi non ci sono più, ma è inutile nasconderlo, oggi l’assenza pesa, quest’assenza è la pietra tombale su cui resteranno incisi i nomi della Speranza e di tutti i fratelli morti innocentemente. Quelle lacrime sono cadute sul cemento, evaporando come un brutto sogno nella convinzione che non è mai successo, non è mai successo.

Stefano Ciaramella, Antonio Coppola, Gerardo Citarella, Pino Lotta, Andrea Nollino: storie messe in fila una dietro l’altra, nell’espressione più violenta di una terra che ha rinnegato i propri figli fino a privarli della stessa vita. Racconti di esistenze normali, quelle di un giovane ragazzo o di due vigilantes, di un edicolante o del gestore di un bar. Ma in Italia queste storie sono centinaia, ognuna unica nella sua purezza e simile alle altre nel suo tragico epilogo. Abbastanza per consentirci di recitare il solito copione di sempre, assemblato con espressioni di ricambio e tenuto su con un po’ di disperata sfacciataggine. Posata la polvere, e spente le telecamere, si ritorna nel silenzio glaciale di sempre. Da che parte stai?, chiede Don Peppe Diana ad ognuno di noi, e la sua voce è un’eco che frastorna il vuoto tutt’intorno. Qualcuno risponde, è presente per farlo, per ribellarsi alle catene della paura e dire: da quella giusta!

Ma tutti gli altri non possono rispondere, perché non ci sono. Ed ecco emergere la consapevolezza più autentica, quella che nessuna ciarla potrà mai annegare nell’ipocrisia: facciamo schifo. Perché anche chi non sceglie, in realtà, ha già scelto, e l’ha fatto in modo chiaro. Le nostre coscienze sono pronte a palpitare finché c’è qualcuno che ne parla, qualcuno pronto ad applaudire, anche solo virtualmente, a quegli strepiti di vanagloria. Ma è un battito istantaneo, defibrillato dalle luci dei riflettori, pronto a spegnersi un istante dopo quando ritorna l’ombra della quotidianità.

I veri morti siamo noi: noi, incapaci di discernere le cause dalle conseguenze; noi, che ci mobilitiamo per ogni pagliacciata in grado di regalarci una prima pagina o un minuto di celebrità; noi, che preferiamo un concerto neomelodico ad un coro d’anime, la solitudine reietta del conforto al coraggio di condividere il dolore. Che pena si trascina il nostro cuore, che schifo, come qualcuno giustamente sottolinea: neppure io sono riuscito a trovare un termine più adatto.

I veri morti siamo noi, che seppelliamo con l’indifferenza i pochi esempi tangibili di umanità, con l’indice puntato da così tanto tempo da non essere più in grado di ripiegarlo. Siamo noi i fantasmi che hanno scelto di tacere, di voltare il capo, di dimenticare. Non c’è bellezza in questa scena, non c’è amore in una tale ostentazione, se non quello proprio dell’egoismo. In conclusione, non c’è vita che possa assolverci, e spariremo senza far rumore, tra un messaggio su internet e una carnevalata fuori stagione. Stefano, Antonio, Gerardo, Pino e Andrea sono vivi, e continuano a combattere la criminalità attraverso il loro esempio; quelli morti siamo noi. Quelli morti siamo noi, il cielo abbia pietà.