Rimbaud

– DI DAVIDE GORGA
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La parola poetica è sempre carica di potere evocativo; strumento con cui l’artista canta, comunica,  crea. Se da un lato è segno grafico, suono, ritmo, dall’altro diviene simbolo, oracolo, profezia. Significante e significato concorrono a forgiare l’opera letteraria, in modo che la convergenza (o talora divergenza) degli aspetti formale e semantico produca un verbo artistico intriso di una significanza potente, sfaccettata, dalle infinite sfumature.

Se Paul Verlaine aveva improntato la sua produzione ad una musicalità esasperata, un cesello di voci e timbri, Arthur Rimbaud (Charleville, 1854 – Marsiglia, 1891), riconoscendo la radicale insufficienza dei registri poetici tradizionali innanzi alle potenzialità del linguaggio, non più poetico ma artistico nel senso più completo del termine, si porrà alla ricerca di quella vena profonda e misterica, custode dell’essenza del mondo: “Del resto, ogni parola essendo idea, il tempo di un linguaggio universale verrà! (…) Questa lingua sarà dell’anima per l’anima, riassumendo tutto, profumi, suoni, colori, del pensiero che aggancia il pensiero e che tira.”1

Meno musicale di quella di Verlaine, la poesia di Rimbaud non cessa un istante di stupire per l’incredibile ricchezza di concetti, figurazioni, simboli inesauribili in un incanto che voleva – doveva – attingere l’inesprimibile, l’essenza, l’eterno. Abbandona le forme poetiche consolidate per raggiungere dapprima freschezza linguistica, infine assoluta libertà e compiuta forma nei poemi in prosa, e segnatamente nelle «Illuminazioni». Il linguaggio, così come l’amore, è “da reinventare”2; Rimbaud si dedica alla ricerca senza requie dell’assoluto, dell’ignoto, e per farlo non può rivolgersi alla scienza comune, razionale, gonfia di retorica e, in definitiva, inutile se non parassitaria del pensiero: sceglie la via dell’intuizione e, come aveva annunciato, della veggenza.

La trasformazione dell’opera poetica sino a renderla qualitativamente diversa, nuova, capace di riassumere in sé ogni aspetto dell’anima umana, non può raggiungersi se non attraverso una ricerca interiore, disperata e totale. Ecco dunque non una scienza ma un’alchimia in cui il cammino di scoperta esteriore e interiore procedono di pari passo3.

Se e quanto Rimbaud sia stato uno studioso dell’alchimia vera e propria non è dato sapere e, forse, ha poca importanza; di certo la conosceva a sufficienza per maneggiarne i concetti in maniera familiare e per trasporne i principi nella sua ricerca, interiore e intuitiva. La trasmutazione della materia vile in eletta, la conoscenza in grado di vivificare il mondo e di rendere accessibile l’eternità, il dissolvimento delle vecchie forme di espressione (ma anche di pensiero e di sentimento) da cui far rinascere una purezza ed una ricchezza artistica primigenia, sono processi che sperimenta ed affina, sino a raggiungere quell’oro dei filosofi, realizzazione e trascendenza, che viene racchiuso nella sua ultima opera: le «Illuminazioni».

Abbandonato definitivamente il verso e il metro tradizionale, in queste quarantadue brevi prose il Veggente compie la propria poetica. Quadri sovrannaturali e trasfigurazioni di quotidianità inconsuete, sovrapposizioni simboliche, evocatrici, crittografie dello spirito, contrasti, ironie sferzanti e incanti, denunce della bruttura pseudo–moderna e composizioni sacre in cui il tempo si è fermato:

“Sul pendio della scarpata gli angeli ravvolgono i loro abiti di lana nelle erbe d’acciaio e di smeraldo.

Prati di fiamme balzano alla sommità del poggio.” (‘Mistico’) – contrapposizioni inattese condensano l’esperienza interiore e l’esperienza sociale in sintesi dalla sorprendente dinamicità:

“Mentre i fondi pubblici sono sperperati in feste di fraternità, suona una campana di fuoco rosa nelle nubi.” (‘Frasi’) – e le possibili esistenze si moltiplicano:

“Sono il santo, in preghiera sulla terrazza, — mentre le bestie pacifiche pascolano fino al mare di Palestina.

Sono il dotto dalla poltrona scura. I rami e la pioggia battono contro la vetrata della biblioteca.

Sono il pedone della strada maestra attraverso i boschi nani; il rumore delle chiuse copre i miei passi. Vedo a lungo il melanconico bucato d’oro del tramonto.

Sarei proprio il fanciullo abbandonato sul molo lanciato in alto mare, il giovane servo che segue il viale la cui fronte tocca il cielo.” (‘Infanzia’).

Il “bene” e il “bello” sono il fulcro di queste composizioni (cfr. ‘Mattinata d’ebbrezza’), attinti in maniera particolare e stupefacente nella fusione mistica con la natura:

“Ho abbracciato l’alba d’estate.  Nulla si muoveva ancora sulla fronte dei palazzi. L’acqua era morta. Le aree d’ombra non lasciavano la strada del bosco. Ho camminato, destando gli effluvi vivi e tiepidi, e le pietre preziose guardarono, e le ali si levarono senza rumore. (…) Nella grande città ella fuggiva tra i campanili e le cupole, e correndo come un mendicante sui lungofiumi di marmo, io l’inseguivo.” – così in ‘Alba’, capolavoro in cui al sensismo è contrapposta la dimensione metafisica dell’esperienza e dell’esistenza.

Sebbene le singole “Illuminazioni” non propongano mai una tesi o un punto di vista razionalmente inquadrabile, di certo è difficile ignorare la feroce ironia nei confronti di una falsa democrazia e di una altrettanto falsa modernità:

“Nei centri alimenteremo la più cinica prostituzione. Massacreremo le rivolte logiche.

Nei paesi impepati e infradiciati! — al servizio dei più mostruosi sfruttamenti industriali o militari.” (‘Democrazia’).

La forza travolgente di quest’opera poetica è, peraltro, il precludersi ad una interpretazione univoca e predefinita per regalare al lettore un tessuto ricco, vivo, acceso, in cui  è il destinatario dell’opera poetica, e non l’autore, a portarla a compimento. L’“oro poetico” di Rimbaud si rivela nel momento in cui si cessa di cercare una comprensione lineare e piatta del testo in favore della molteplicità di significati mai esauriti che scaturiscono dall’incontro col lettore; ricchezza voluta e ricercata dallo stesso poeta quale sigillo di autenticità e, in ultimo, di verità stessa.

Il fuoco che trasforma e purifica è anche fiamma che consuma; Rimbaud, che aveva ritratto sé stesso in «Ofelia», non ha mai smesso di inseguire il cielo, l’amore e la libertà 4; il primo fonte di tensione perenne eppure dolorosamente lontano, il secondo ormai alieno dalla realtà stretta e ipocrita che sentiva intorno: rimane, impellente, la sete di libertà, che tenterà di appagare; smette di scrivere e inizia a viaggiare, prima in Europa, poi in Africa. Spedirà in Europa solo resoconti di viaggio, e, nonostante la sempre maggiore fama (Verlaine pubblicherà, nel 1886, le «Illuminazioni» sulla rivista “La Vogue”), non tornerà più alla poesia.

Morirà a soli trentasette anni per un tumore al ginocchio.

La sua influenza sulla letteratura successiva sarà enorme, anche se, per molti aspetti, il suo tentativo di creare una lingua “dell’anima per l’anima” – sforzo esistenziale cui pagherà un prezzo altissimo – rimarrà ineguagliato.

 

1) Nella “Lettera del veggente”, maggio 1871.
2) “Una Stagione all’inferno”, ‘Deliri’.
3) La seconda parte di ‘Deliri’ s’intitola appunto “Alchimia del verbo”.