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– DI AGNESE CAVALLO
agnese.cavallo@liberopensiero.eu

I carabinieri e gli agenti di polizia che, secondo la procura, sarebbero coinvolti nella morte di Giuseppe Uva, sono stati rinviati a giudizio. Giuseppe Uva, 43 anni, venne fermato dai carabinieri a Varese la notte tra il 13 e 14 giugno del 2008 insieme ad un amico perché, a detta dei militari che li fermarono, i due – ubriachi – stavano chiudendo una strada con alcune transenne. Accompagnati in caserma, Uva venne interrogato mentre l’amico attendeva in un’altra stanza. Fu proprio l’amico, che in seguito alle urla che giungevano dalla camera dell’interrogatorio, preoccupato per Giuseppe, chiamò, di nascosto, l’ambulanza del 118 poco dopo. Alle 5,45 del mattino Uva giunse nel reparto psichiatrico dell’ospedale e alle 10,30 morì. La famiglia denunciò subito quelle che sembravano lesioni provocate da violente percosse. Inoltre l’uomo indossava un pannolino sporco di sangue, ma dei suoi slip non c’è alcuna traccia. Lucia, sorella di Giuseppe Uva, così racconta l’accaduto “Gli infermieri mi dissero che l’avevano dovuto lavare. Ma lavare da cosa, visto che mio fratello era uscito di casa pulito?”. È stata, quindi, avviata un’indagine che facesse chiarezza. A dare la svolta a questa vicenda è stata di fatto l’assoluzione, il 24 aprile 2012, di tre medici. Il giudice assolvendo i tre camici bianchi aveva ordinato “la trasmissione degli atti al pubblico ministero in sede, con riferimento agli accadimenti occorsi tra l’arresto dei carabinieri e l’ingresso di Giuseppe Uva nel pronto soccorso dell’ospedale”. Ad oggi il gip Giuseppe Battarino ha deciso per la richiesta di un’udienza preliminare, dopo aver respinto la richiesta di archiviazione del pm disponendo l’imputazione coatta per i rappresentanti delle forze dell’ordine che intervennero a supporto dei militari. La questione è delicata perché, come già per il caso Cucchi e per il caso Aldrovrandi, gli indagati sono agenti di polizia e carabinieri che avrebbero abusato della loro posizione, pestando Giuseppe Uva in modo gratuito, gettando ancora una volta un’ombra e un’onta sulle forze dell’ordine. I pm del capoluogo lombardo, Agostino Abate e Sara Arduini, in seguito alla decisione del gip, non hanno potuto fare altro che depositare la richiesta di fissazione dell’udienza preliminare e di rinvio a giudizio per otto agenti: due carabinieri e sei poliziotti. Il giudice spiega in questo modo la scelta di andare avanti con le indagini: “Uva è stato percosso da uno o più dei presenti in quella stanza, da ritenersi tutti concorrenti materiali e morali”. La morte sarebbe quindi “connessa in particolare con la prolungata costrizione fisica associata a singoli atti aggressivi e contenitivi”. Il giudice nel corso dell’udienza ha così respinto la richiesta di archiviazione presentata dal pm di Varese Agostino Abate, nei confronti del quale il 3 Dicembre l’ex ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri ha avviato un’azione disciplinare. L’imputazione formulata nei confronti degli agenti è per omicidio preterintenzionale, arresto illegale e altri reati. Lucia Uva, appresa la notizia dell’ordinanza, si è mostrata commossa e soddisfatta per la decisione del giudice. Dopo sei anni sembra farsi strada la verità. Alla sua soddisfazione si aggiunge quella di Luigi Manconi, presidente della commissione per la Tutela dei diritti umani: “Anni di menzogne vengono finalmente ribaltate e ciò si deve all’intelligenza e alla tenacia di Lucia e degli altri familiari di Uva e alla loro fiducia nella giustizia”. Intanto, il legale di carabinieri e poliziotti, Luca Marsico, ha presentato ricorso in Cassazione contro l’imputazione coatta disposta dal gip, dichiarando: “Siamo sorpresi, mi lascia perplesso la pesantezza delle accuse ipotizzate nei confronti dei miei assistiti, mai contestate in altri casi simili”. L’indagine va, dunque, avanti. Uva come Cucchi? È presto dirlo, sarebbe un colpo duro per l’immagine delle forze dell’ordine, ancora di più per l’opinione pubblica, che a queste notizie non solo mostra sdegno ma paura verso chi dovrebbe proteggere la cittadinanza ed essere garante di giustizia. L’abuso di potere non è mai giustificabile, ancor meno quando si tratta di forze dell’ordine che maneggiano armi e minacciano con rappresaglie giudiziarie. Nella speranza che non passino altri sei anni per concludere le indagini, si attende la data dell’udienza preliminare che verrà fissata nei prossimi giorni.