– DI SUNDRA SORRENTINO
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E’ notte. Fa freddo. Unm sta scappando, Rayhanli è stata la sua casa per quarant’anni. Ma non può restare, rischia la vita ogni giorno. Il fiume è limpido e freddo. Doverlo attraversare a piedi nudi è una vera tortura. Suo marito viene fermato, i suoi figli si perdono nell’oscurità, insieme alle grida di una madre disperata. Unm torna indietro, suo nipote è rimasto da solo. Il bambino è fra le braccia tremanti di sua nonna. Tremanti di freddo o di paura? Stavolta il fiume è rosso sangue.

Una schiena dritta, riccioli neri cadono dolcemente su spalle infantili, un vestitino a fiori annuncia l’inizio della primavera. Una lavagna nera, la mano impugna un gessetto. Scrive la parola “hurra”, in arabo significa “libertà”. Il vociare festante di scolaretti felici viene interrotto. I soldati del regime prendono la bambina. Le strappano le unghie. Hurra è una parola proibita, in Siria.

“Solo perché non sta succedendo qui, non vuol dire che non stia accadendo affatto.” Abituati come siamo all’indifferenza, al distacco, ci risulta difficile capire a fondo il senso di questa frase. Conosciamo le ingiustizie, le leggiamo, le ascoltiamo ogni giorno. Eppure, nella loro immensa gravità, non ci sfiorano più di tanto. Siamo pronti a piangere, ad indignarci e a dimenticare poco dopo. Succede dall’altra parte del mondo, come può interessarci? La verità è che abbiamo perso di vista l’umanità, ciò che ci rende tutti ugualmente partigiani della bellezza. L’uomo viene prima delle convenzioni sociali. Le bandiere e i confini non esistono.
A tre anni dallo scoppio della guerra, la Siria è un Paese distrutto. E il mondo sta a guardare. E i bambini non sorridono più.